Michele Dell'Aquila
Ventennale della nuova Biblioteca Provinciale di Foggia
(7 dicembre 1994)
Il mito antico, ripreso da Esiodo nella Teogonia, diceva che le Muse, le quali presiedevano alle arti ma anche alla scienza dei numeri e degli astri, erano figlie di Giove e di Mnemosine. Avevano dimora sul Parnaso e in Elicona ed erano guidate da Apollo. Avevano nomi melodiosi ed affascinanti: Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania, Calliope. Quei nomi non erano senza significato, perché volevano dire rispettivamente: colei che rende celebri, colei che rallegra, la festiva, la cantante, colei che diletta con la danza, colei che suscita desideri, ricca di inni, la celeste, colei dalla bella voce.
Loro madre era Mnemosine, che vuol dir la Memoria, come a significare che ogni facoltà d'arte e di scienza nasce da un rammemorare lontani archetipi radicati nel profondo dell'essere. Platone avrebbe detto le idee dell'Iperuranio e le Muse, così come ne offrivano il ricordo sublimato nell'arte, ne offrivano anche l'obblio a contrastare l'attrito doloroso che quella lontananza poteva produrre.
La Memoria, dunque, madre delle arti e della scienza suprema dei numeri e degli astri, Mnemosine, a sua volta figlia di Gea e di Urano, cioè della Terra e del Cielo.
Nel suo viaggio di beatitudine nel Paradiso Dante, poeta cristiano di altro millennio, si fa dire da Beatrice, in una delle tante spiegazioni sulle cose celesti che gli sono mostrate, "Apri la mente a quel ch'io ti paleso / e fermalvi entro; chè non fa scienza, / sanza lo ritenere avere inteso". Come a dire, con molta umiltà, quale si addice allo studioso, che l'intelligenza non basta, e serve la memoria a conservarne il frutto per usarne al bisogno.
La memoria, dunque, non semplice accumulazione di notizie, ma scrigno e tesoro di conoscenze da servire a produrre altre conoscenze.
Ho voluto ricordare questi due dati perché mi sembrano importanti e beneaugurali per la circostanza che ci vede qui raccolti.
Se l'uomo nello svolgimento della sua avventura ha prodotto una mole di conoscenze ed ha sentito l'esigenza di rompere l'involucro della sua creta terrestre volgendo lo sguardo agli astri, investigando la natura, ricercandone il segreto pitagoricamente racchiuso nel numero o ritmo biologico; se ha sentito la necessità di alleviare pena e sofferenza, l'aspro attrito con gl'istinti della sua natura e il contrasto perenne con gli altri soggetti della comune storia le testimonianze di tutto questo, se vogliono essere preservate dalla polvere del tempo che foscolianamente "avvolve e traveste fin le rovine e le vestigia della terra e del cielo", devono essere custodite dalla Memoria.
La stessa scrittura è segno di memoria, più duratura della tradizione orale cui anticamente era affidato il racconto e la fama degli eroi. Orazio, fiero della sua poesia che avrebbe sfidato i millenni consegnando a noi non solo la gloria di Augusto e l'immagine amica di Mecenate, ma la sua inquietudine di uomo, gli amori, la fragilità e la saggezza umana, dice di aver innalzato con la sua poesia un monumento più duraturo del bronzo, e perciò di non esser destinato a morire del tutto: "Non omnis moriar, exegi monumentum aere perennius".
Questo anelito di sopravvivenza, questa aspirazione a sfuggire dal cerchio breve della vita e lasciare di sè qualcosa di duraturo, un esempio, una memoria, un'opera, è ciò che contraddistingue l'uomo e ne costituisce in qualche modo, anche laicamente, la nobiltà.
Se non si crede ad una Beatrice celeste che, liberi da peccato, ci conduca ai piedi di Dio, la scrittura, ch'è poi la memoria, ci fa varcare le soglie negre della morte in un Elisio di sopravvivenza. "Le Pimplee (che sono poi le Muse) dice Foscolo col loro canto "fan lieti i deserti ed è vinto così" di mille secoli il silenzio".
Sede di tale sacralità è certamente la Biblioteca, apparente luogo di morte e di conservazione; in realtà tempio di sopravvivenza e di rinascita.
Non è un caso che le grandi civiltà accanto ai templi avessero le biblioteche. Quella di Alessandria, famosa e ricca nell'antichità, splendeva assai più del Faro del suo porto. Vi erano raccolti tutti i tesori del sapere, le testimonianze della storia dell'uomo. La sua distruzione, nell'assedio famoso in cui fu data alle fiamme, segnò la fine del mondo antico, fu avvenimento più nefasto del sacco di Roma ad opera dei Goti, della distruzione di Cartagine.
Con essa perì la conoscenza che avevamo delle civiltà anteriori alla greca, dell'Egitto, del favoloso Oriente mesopotamo e indiano, dell'Africa nera, delle terre della regina di Saba, delle regioni oltre il Nilo. Fu come se l'umanità avesse perduto una gran parte della sua memoria, fosse improvvisamente ed irrimediabilmente più povera.
V'erano state prima ancora la mitica biblioteca di Assurbanipal a Ninive, quella di Policrate a Samo, quella di Pisistrato ad Atene, quella di Pergamo e le numerose della Roma imperiale.
Tra i meriti più grandi del monachesimo, soprattutto benedettino, nei secoli bui del Medioevo, fu di aver salvato dai colpi della nuova barbarie i tesori della memoria antica in pazienti trascrizioni, in tenaci raccolte ed accumulazioni. Nel romanzo che s'intitola Il nome della rosa di Eco, dietro cui sono in qualche modo le pagine della Biblioteca di Babele del grande Borjes, la biblioteca era nella torre eccelsa della grande abbazia, ottagonale come quella; il suo incendio segna emblematicamente la fine della storia; così come la fuga dei superstiti s'accompagna ai pochi codici salvati, quasi una eredità per i tempi venturi; e per essi v'è chi rischia la vita nell'incendio.
I grandi Colleges anglosassoni e le maggiori Università europee estendono i loro edifici intorno ad un corpo centrale ov'è la biblioteca, cuore pulsante della ricerca e scrigno di accumulazione del sapere.
Vanno ricordate queste cose perché si considerino pienamente le benemerenze di quanti hanno posto mano alla fondazione o alla rifondazione di una biblioteca, ne hanno organizzato ed incrementato i servizi, offrendone alla comunità degli studiosi ed a quella più larga del lettori.
Io stesso ricordo con affetto e gratitudine quello che allora credevo il primitivo nucleo e l'antica ubicazione di questa biblioteca a pian terreno del Palazzo della Provincia, con ingresso ch'era quasi accanto all'imbocco della scalinata che portava al terzo piano ove era allogata una scuola media ove svolgevo i primi anni del mio servizio di professore.
Ne ricordo la sistemazione nelle sale con volte basse, i ritratti alle pareti, i fondi Caggese, Zingarelli, Fraccacreta, i cataloghi che portavano ancore le segnature della vecchia Comunale confluita nella Provinciale, i funzionari, l'avvocato Simone, il dottor Cifarelli, il maestro Taronna, il ragionier Innelli, e l'allora giovanissimo amico Celuzza, già vicedirettore che mi fu generoso di cortesie e di affetto e, divenuto in breve direttore, poneva mano negli anni Sessanta tra mille difficoltà ad un disegno più largo ed ambizioso, di maggior respiro, che avrebbe preso corpo per la sua intelligenza e tenacia e per la lungimiranza benemerita di alcuni Amministratori tra essi il Presidente avvocato Tizzani che seppero darvi credito impegnandosi in un'opera che sarebbe stata una pietra miliare nella storia della Città di Foggia e della Provincia dauna.
Di questi anni di lavoro, di speranze e di successi Celuzza nell'ultimo fascicolo di "Capitanata" ci consegna un resoconto di grande interesse nel quale è possibile leggere l'entusiasmo di chi s'era posto all'opera, l'ampiezza della tela tessuta, le fruttuose relazioni nazionali ed internazionali tra studiosi che s'adoperavano a trasformare il concetto e la funzione stessa dell'istituto Biblioteca da luogo di mera conservazione o di studio elitario a public library, istituto di democrazia oltre che di cultura, anzi attraverso la cultura, moderno strumento di organizzazione e diffusione della cultura e di crescita sociale, fino al compimento di quel vero miracolo della costruzione del nuovo edificio che ora ci ospita, avvenuto come ben dice il dottor Giorgio, attuale direttore "per una irripetibile, favorevole congiunzione astrale e in clandestina complicità con i tecnici ed amministratori di quel tempo", tra i quali sarà da ricordare accanto al già citato Presidente Tizzani, l'assessore Magnocavallo, l'architetto Jarussi, il Presidente Galasso e quanti altri posero mano all'impresa.
Ma in quelle pagine di Celuzza, che sono anche una storia personale, tanto se ne sente coinvolto, traspare non poca amarezza per l'appannarsi dell'entusiasmo iniziale, per la caduta di certi progetti, per l'abbandono del Sistema Bibliotecario Provinciale che con la sua Rete aveva collegato i terminali dei comuni al centro provinciale, in un interscambio di forze e sollecitazioni che poteva costituire il tessuto di rapida crescita della società dauna.
Di questa caduta d'impegno, che non è solo ascrivibile a decisioni e scelte locali, ma forse ad un più generale arretramento del Mezzogiorno nella qualità della vita, come certificato anche da recenti statistiche, si trova riscontro nel saluto del dottor Pensato, succeduto a Celuzza, e nell'editoriale al fascicolo 1994 di "La Capitanata" del dottor Giorgio, attuale direttore.
E certamente questa nuova Biblioteca, che oggi festeggia i vent'anni, ha conosciuto anch'essa momenti diversi nella sua pur giovane vita. Allo sforzo grande di fondazione e di organizzazione dei servizi, ai convegni, alle mostre, alle iniziative culturali, ai corsi di qualificazione ed aggiornamento, ha corrisposto un momeno espansivo forte che ne ha fatto un polo importante e vitale di sviluppo ed organizzazione della cultura, di innalzamento sociale delle diverse fasce della comunità: ed è stata additata quale esempio e modello in campo nazionale per altre iniziative del genere che stavano nascendo.
Difficoltà finanziarie che hanno travagliato gli Enti territoriali non solo nella nostra regione, ma l'affievolirsi dei flussi di finanziamento e di sostegno, insieme a ragioni contingenti riferibili a vicende istituzionali ed individuali, possono aver prodotto momenti di minor impegno o di riflessione.
La storia registra accelerazioni e rallentamenti, e perfino inversioni di tendenza; così i progetti di più lunga durata devono fare i conti con le anse del grande fiume che scorre in alvei non prevedibili.
Così, fin dalla fondazione della Biblioteca Comunale, nel lontano 1834, negli anni della cosiddetta rinascenza ferdinandea, l'Intendente cavalier Lotti nell'articolo I° dei Regolamenti per la Biblioteca Pubblica della Città di Foggia, affermava non senza enfasi burocratica, che "L'appartamento più nobile del Palazzo Comunale di questa Città è stato destinato ad uso di una Biblioteca pubblica, ove la gioventù studiosa potrà rinvenire la scelta di autori distinti per ciascun ramo dell'umano sapere".
Quella biblioteca negli anni avrebbe spesso mutato dimora ed ambizioni, seguendo il mutamento dei tempi, gli ultimi decenni borbonici, i primi decenni unitari, la svolta di fine secolo, l'Italietta di De Pretis e di Giolitti, le due guerre, soprattutto la seconda che lasciò segni terribili, la fusione con la Provinciale frattanto costituitasi, in un unico istituto bibliotecario, negli anni della presidenza Serrilli.
I decenni si susseguono, nascono nuovi progetti, s'aggiungono nuovi fondi che rendono angusti locali già descritti come splendidi e idonei, s'alternano gli uomini alla guida delle istituzioni, ogni epoca, ogni individualità con il contributo del suo ingegno e della sua passione.
La ripresa nella nuova serie della rivista "La Capitanata" dell'Amministrazione Provinciale credo vada oltre l'impegno a non far cadere una testata che pur ha superato il traguardo dei trent'anni di vita, annoverando nei suoi indici autori e contributi della miglior cultura dauna e nazionale. Diventa un segnale di volontà politica, l'impegno ad una rinnovata partecipazione.
Il nuovo insediamento universitario in Foggia, antica aspirazione che questa biblioteca ha reso possibile con l'offerta di un primo fondamentale presidio di ricchezza di libri e di tradizione culturale, apre oggi nuovi orizzonti alle aspirazioni della biblioteca stessa e della comunità provinciale. Non v'è più solo da raccogliere e conservare testimonianze, o promuovere iniziative e innalzare umili livelli di cultura: c'è da costituire, insieme e prima della stessa Università, quel patrimonio di testi e di tecnologie che possa consentire una rapida crescita degli studi ed una attività di ricerca non dimidiata.
La storia è fatta di innumerevoli apporti, come di tanti rivoli che per torrenti e affluenti convergono nel fiume reale per procedere verso il mare. Difficile prevedere dove debba sboccare, anche se l'alveo sembra segnato.
Casualità? sagacità umana? provvidenza divina? Sono grandi interrogativi che hanno lasciato pensosi i filosofi e le anime semplici.
Conviene prender atto degli eventi, soprattutto esser riconoscenti ai laboriosi costruttori, comprenderne la tensione, la lungimiranza, sostenerne l'impegno per la realizzazione, nei limiti del possibile, di quella che l'età dei lumi nel Settecento chiamava la "pubblica felicità".
Una tale felicità auguro oggi alla Biblioteca, e quale studioso e comprovinciale che ha qui le sue radici, a tutta la società di Capitanata.