Segnalazioni
Antonio Vitulli, I teatri di Foggia nei secoli XVIII e XIX. Foggia, Daunia Editrice, 1993, pp. 634.
L'imponente, documentatissimo ed originale lavoro dell'amico Vitulli ha già ricevuto in sede competente i meritati apprezzamenti, sicché quelli che seguono non sono che appunti volti a sottolineare aspetti del lavoro medesimo meglio suscettibili di approfondimento e discussione.
L'obiettivo preminente della ricerca è quello di smantellare il chiché pregiudiziale di cui si fa eco il Nicolini, e con lui un certo ambiente persistente e diffuso, intorno a Foggia "città barbarica dedita alla tosatura delle pecore ed alla semina del frumento" e ciò attraverso un discorso essenzialmente di costume quale quello teatrale, di cui a sua volta si rendeva moralistico interprete già nel 1806 l'ottimo Manicone allorché deplorava nei cittadini dell'imminente capoluogo della Capitanata "la frega e la voglia spasimata" per l'opera lirica, quell'insieme di espedienti artistici e tecnici "artefici del sollazzo e guaritori della noia" che spostano l'atmosfera spirituale d'assieme dal generico costume alla moda propriamente detta, quella moda che fa le veci della morte nel secolo della morte, per dirla col Leopardi dell'operetta morale del 1824 e con le sue parole epigrafiche poste precisamente in bocca alla moda ("Ho levato via quell'usanza di cercare l'immortalità ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse").
Questa moda aveva preso a strutturarsi a Foggia tra Sei e Settecento intorno alla sala del teatro nel palazzo del Doganiere nell'apprezzo steso all'indomani del terremoto del 1731 da uno dei più distinti funzionari dell'epoca, Giuseppe Stendardo, quella sala che, si noti, da un lato richiama "il gran salone per comodo de' locati", con ogni probabilità l'assemblea della generalità ma anche un certo gusto particolare che nella Roccaraso di fine Seicento aveva preso vita nel primo teatro stabile abruzzese, per iniziativa, ai vertici del mondo armentario, degli Angeloni baroni di Montemiglio, dall'altro si collega ad una serie di Doganieri variamente inseritisi nella società dauna, dal Vidman a Foggia al Mazzaccara a Lucera, precursore in merito, per quanto attiene all'attività musicale tanto cara al duca di Medina Coeli, il Guerrero, che di quel vicerè era stato notoriamente intrinseco.
Lo specifico fondatore del teatro, negli anni quaranta del Settecento, e quindi in piena epoca carolina, è peraltro Francesco Marchant nel nuovo palazzo della Dogana sorto fuori Porta Reale, un tema a cui l'A. dedica doverosa dettagliata attenzione, a cominciare dalla progettazione, dalle maestranze, dai contratti, dai bilanci, a proposito dei quali ultimi si può notare la loro corrispondenza media al ricavato di tre-quattro quintali di lana nella fiera di maggio all'epoca rispettivamente per le entrate e per le spese, nonché l'espediente di una lotteria alla cui promozione prendeva parte l'aquilano Francesco Rivera arcivescovo di Manfredonia, fortemente interessato, attraverso i congiunti Vespa di Pacentro, al mondo dell'armentizia.
Marchant moriva nel gennaio 1748 ma non per questo veniva meno a Foggia l'attività teatrale e più genericamente musicale, sempre patrocinata dai ceti mercantili (i De Angelis) ed armentari (i Della Posta di Civitella Alfedena) col maestro di cappella e l'organista che vivacizzano il mondo ecclesiastico, ma anche e soprattutto con una serie significativa di violenze e di scandali che, essendo ovviamente documentati a livello archivistico, in quanto turbamento della pubblica tranquillità, con assai maggiore abbondanza rispetto al profilo strettamente artistico del fenomeno, contribuiscono ad accentrare di quest'ultimo il risvolto di costume, protagonisti dell'immanitas aristocratica non a caso gli stessi Freda ed i medesimi Bruno che sarebbero stati più tardi al centro del Novantanove.
Questo risvolto non è tale peraltro da appannare l'accennato profilo artistico, che si mantiene rigoroso e prestigioso, nel 1773, due anni dopo che si è inaugurata l'attività teatrale a Chieti, l'esordio foggiano del poco più che trentenne Paisiello, nel 1781 quello di Cimarosa, nel 1783, quattro anni prima del capolavoro mozartiano, Il convitato di pietra del pugliese Giacomo Tritto, librettista quel Giambattista Lorenzi che già era stato scoppiettante collaboratore del Galiani, che qui confermava la sua verve introducendo Pulcinella al posto del molieresco Sganarello o del Leporello di Lorenzo da Ponte, e che sarebbe finito nel Novantanove, proprio accanto a Paisiello (per il quale aveva scritto il libretto di un Don Chisciotte della Mancia), e Cimarosa, nella commissione repubblicana dei teatri, ed in seguito "maestro di cappella nazionale".
Secondo i gusti napoletani dell'epoca, e perciò alla luce di un gusto che andava rendendosi obiettivamente provinciale rispetto a ciò che negli stessi decenni erompeva a Parigi ed a Vienna, sul palcoscenico foggiano non apparivano che opere buffe, al cui allestimento contribuivano sempre più di frequente gli aristocratici dilettanti così tipici dell'epoca, mettendo nell'ombra la musica sacra ed organistica che altrove nel Mezzogiorno conosceva intanto una stagione di rigogliosa fioritura.
"L'occasione della fiera, piena di gente rispettabile, non permetteva che il teatro ristasse chiuso" osservava uno dei più autorevoli scrittori doganali, l'avvocato fiscale di origine teramana Francesco Nicola De Dominicis: e l'osservazione non fa che ribadire ancora una volta l'atmosfera essenzialmente di mentalità e di costume da cui viene fuori, nella primavera 1797, durante il ben noto soggiorno della Corte a Foggia per le nuove nozze austriache, il prodotto culturalmente più significativo dell'epoca, a cui l'A. ha dedicato cure singolarissime, La Daunia felice di Paisiello su libretto del foggiano Francesco Saverio Massari.
Benché in quest'ultimo la presenza concorde di Cerere e Pale quali divinità entrambe civilizzatrici lasci trasparire l'attualità difensiva di agricoltura e pastorizia "sorelle" rispetto all'intransigenza polemica dei Delfico e dei Palmieri, non vi è dubbio che il clima ideologico della composizione sia assai più massonico che non riformistico, quell'oracolo e quella renovatio che anticipano irresistibilmente il programmatico opus maximum del genere, che ancora il vecchio Paisiello sarebbe stato chiamato a musicare nel marzo 1808 sul testo ben più prestigioso di Vincenzo Monti, I Pittagorici.
Proprio questo sottofondo inevitabilmente politico e propagandistico dell'attività teatrale fa sì che essa venga largamente meno con la prima restaurazione borbonica, solo i ritrovi privati e le fragorose bande militari che tanto colpiscono l'immaginazione nelle prime annate del diario Villani mantenendo viva una tradizione che non sfugge comunque alle sagaci cure di Giambattista Rhodio nella sua qualità di commissario straordinario (come Preside ed in prospettiva di concordia ordinum aveva realizzato qualche cosa di simile a Teramo) e che si mantiene viva nel fondaco dei Scolopi dalle parti dell'Epitaffio, finché col Decennio essa assume un ritmo addirittura alluvionale, persino i mesi estivi e le settimane di quaresima assistendo a spregiudicati calendari teatrali.
Deve peraltro dirsi che dopo il 1815 la censura ecclesiastica si fa avvertire forse con maggiore pesantezza di quella politica, che lascia passare, malgrado tutto, le tragedie di Alfieri e Monti in un repertorio di prosa che ha cominciato a farsi strada, quantunque sempre nettamente minoritario rispetto a quello musicale.
Quest'ultimo assiste nel 1823 alla prima de Il Barbiere rossiniano due anni dopo la ripresa al S. Carlo del contrastatissimo esordio dell'Argentina di Roma, e conclude il suo ciclo nel 1828, nel vecchio teatro già intitolato a Maria Carolina, con una produzione in onore di Giuseppe Rosati, l'"enciclopedico" la cui scomparsa chiude anch'essa un'epoca, "ut quidquid doctrinarum politicum in Daunia efferuerit ipsi unice referendum", come è scritto con eleganza in suo onore nella cattedrale di Foggia.
In realtà, il problema del teatro aveva assunto, subito dopo il 1815, un'insolita dimensione urbanistica, che avrebbe rapidamente preso la testa nei confronti di quella musicale in senso stretto.
Il personaggio che era stato investito in un primo momento, sotto gli auspici di un Intendente provinciale d'eccezione, Nicola Intonti, era anch'egli di primissimo ordine nel panorama professionale napoletano dell'epoca, Giuliano De Fazio, noto per la sistemazione dell'Orto Botanico e dello stradone per Capodimonte nella capitale, ma forse soprattutto per i progetti di proseguimento del lago Fucino tornati di grande attualità a fine Settecento, salvo la sua proposta foggiana del 1818 essere rapidamente scartata a causa della sua ispirazione troppo scolasticamente teorica, sulla traccia del restauro neoclassico che Antonio Nicolini aveva apportato al S. Carlo (ma è interessante notare che l'Intonti aveva collegato al progetto De Fazio la novità di un ridotto quale casa di conversazione per il controllo della pubblica opinione, la soluzione istituzionale, insomma, per ciò che Rhodio aveva realizzato informalmente ai primissimi dell'Ottocento).
Il nuovo teatro era comunque un dato di fatto imprescindibile per la "nuova Foggia" e non a caso il 30 maggio 1819, per l'onomastico del vecchio sovrano, si parlava senz'altro di Ferdinando come nome per un edificio da far sorgere di pianta, secondo l'unico ed esclusivo modello settecentesco del S. Carlo napoletano a ridosso di palazzo reale, ed a differenza di tutti i contemporanei teatri di provincia, dal Piccinni di Bari che sarebbe stato ricavato all'interno del convento dei Domenicani, ai Gesuiti che avrebbero fatto lo stesso a Chieti, agli Agostiniani all'Aquila e così via dicendo, fino alla sistemazione lucerina nel palazzo Mozzagrugno o a quello che sarebbe stato macchinosamente il teatro Paisiello a Lecce o quello Rendano, prospettante scenograficamente l'intendenza, a Cosenza.
Ma dove far sorgere il nuovo teatro di Foggia, appunto anch'esso a ridosso dell'Intendenza secondo il vecchio rapporto privilegiato settecentesco col potere, oppure a S. Rocco, a ridosso di porta Arpi, nonostante la presenza ingombrante ed insostituibile nel breve periodo delle fosse del grano, o ancora a Gesù e Maria, nell'ambito del rimaneggiamento generale dell'ambiente del grande tratturo, che avrebbe condotto allo spostamento della Madonna della Croce nella prospettiva dell'apertura dell'"agreste passeggio" della villa comunale, con connessa apoteosi arcadica e classicheggiante non a caso di Giuseppe Rosati? Travolto Intonti dalle burrasche del 1820, la terza soluzione, quella ariosamente urbanistica, sembrava doversi imporre nel 1823, all'indomani della venuta come intendente di Nicola Santangelo, col quale la prospettiva neoclassica e postnapoleonica risulta non solo vincente ma dilagante, col pronao della Villa disegnata da Luigi Oberty e Camillo Di Tommaso, con l'orfanotrofio Maria Cristina, col San Francesco Saverio, non senza che la produzione meramente teatrale si allineasse in modo omogeneo, ad esempio col Diomede in Puglia di Camillo Perifano, nel 1822, che sembrava riattaccarsi al clima ed alle utopie de La Daunia felice.
Già nel 1826, peraltro, la soluzione latamente ed ambiziosamente urbanistica veniva abbandonata in favore di quella più modesta di S. Rocco, che avrebbe conosciuto la sua solenne definitiva inaugurazione il 10 maggio 1828, sulla traccia di un significativo auspicio del diario Villani 15 gennaio 1827, a norma del quale il pronao della Villa e, appunto, il teatro, avrebbero fatto "distinguere sicuramente Foggia tra le città principali del regno".
Questa mi sembra in realtà la chiave per intendere obiettivamente la soluzione del centro storico rispetto a quella della grande espansione urbanistica a sud-est, la "filosofia" del prestigio che prevale sullo spirito comunitario, Gesù e Maria che è "fuori mano", la Villa che non sostiene abbastanza un'espansione che si vuol mantenere circospetta e prudente, discorsi che si sentivano ripetere negli stessi anni in altri giovani capoluoghi di provincia, a Campobasso e ad Avellino, dove il carcere veniva a segnare una sorta di colonna d'Ercole "razionalistica" dell'espansione medesima (e proprio da Avellino veniva l'appaltatore di Foggia, quel Saverio Curcio che anche a Foggia avrebbe voluto impostare un discorso di carcere, vanificato dalla sua assoluta irrilevanza urbanistica).
L'amico Vitulli ha mille ragioni di deplorare la mancata moderna soluzione di Gesù e Maria ma ci si deve mantenere nei panni di un ceto proprietario tutto sommato ancora abbastanza giovane e gracile rispetto alle solidità armentarie e mercantili settecentesche, con la sua preoccupazione di evitare un degrado irreversibile del centro storico e di mantenere un qualche rapporto col tradizionalismo delle fosse del grano e dei grandi edifici variamente rappresentativi fuori porta Arpi, una mentalità riduttiva e massaia, insomma, che si conferma persino nell'eliminazione, dopo appena un decennio, delle sei monumentali colonne doriche della facciata, per restringere le ambizioni al Ridotto con le statue completate tra il 1829 e il 1841, alle novità tecniche, alle macchine sceniche realizzate dall'abruzzese Taddeo Salvini di Orsogna, che ancora nel 1841 avrebbe completato il teatro di Lanciano, realizzato anche qui nell'antico convento degli Scolopi su progetto di Eugenio Michitelli.
Foggia aveva comunque definitivamente e stabilmente il suo teatro, e qui la cronaca dell'A. si fa fittissima ed eccezionalmente documentata non solo per il succedersi quotidiano delle ingerenze poliziesche, delle esigenze pubblicitarie, delle inadempienze contrattuali, dell'andamento dei prezzi, delle disponibilità scenografiche e così via, ma anche e soprattutto in riferimento alla vera e propria presenza melodrammatica nel suo rapporto con l'evolversi nazionale del genere e del relativo gusto.
Se perciò Rossini, sia il semiserio (Cenerentola) che il grand'opera (Otello e Semiramide) continua ad arrivare con una decina d'anni di ritardo rispetto alle "prime, per Donizetti e specialmente per Bellini, tra il 1829 ed il 1836, si registra un'eccezionale precocità e tempestività, a ribadire come appunto il gusto si uniformi nella circostanza prontamente alla moda (ho potuto compiere riscontri analoghi a Campobasso ed all'Aquila) salvo poi una lunga eclissi, a cui corrisponde una ripresa più distaccata e, diciamo così, "contemplativa".
Quanto a Verdi, le censure prequarantottesche si abbattono prevedibilmente un po' su tutta la sua produzione più scopertamente patriottica e romantica, salvo l'aggiornamento rendersi rapidissimo dopo le burrasche rivoluzionarie, 1853 Luisa Miller, 1855 trilogia dei capolavori, a soli tre anni dalle "prime", salvo nei successivi anni procedersi ad una sorta di rivisitazione "globale" del musicista, sia quello prequarantottesco de I due Foscari e de I masnadieri (1857) sia, due anni dopo, quello più moderno e complesso de I vespri e del Simon.
Il 1859 era anche l'anno, nel corso del suo ultimo fatale viaggio in Puglia, della quarta visita di Ferdinando II a Foggia, una presenza dettata da motivi politici ed economici ben comprensibili, che erano peraltro anche quelli che contribuivano a segregare a Goldoni e Metastasio, con qualche incursione a Scribe, il repertorio in prosa, escludendosi perché plebea la produzione in vernacolo e solo il Quarantotto avendo consentito, anche qui secondo copione, un'enfatizzazione tribunizia dello spazio teatrale.
Si giunge così all'Unità, su una serie documentata di appalti e d'interventi svariati dell'Intendente sul sindaco che testimoniano da un lato un costume interessante e curioso, ma intimamente quanto mai precario, dall'altro il coinvolgimento costante del potere politico centrale sull'attività culturale di periferia.
Questo coinvolgimento viene meno precisamente con l'Unità, cioè con la libertà formale che viene consentita alle forze locali, donde una decadenza precipitosa, che l'A. stigmatizza vivacemente, pur non nascondendosi l'incidenza di concause più che rilevanti, a cominciare dall'affrancamento definitivo del Tavoliere.
È un fatto che la festa teatrale del 7 ottobre 1860 che fa da prologo al Plebiscito "per spegnere L'idra infernal dell'anarchia feroce voce del duol, voce d'affanni" inaugura la serie dei banchetti liberali e dei comizi democratici che conferiranno al teatro una nuova dimensione sociale, insieme, perché no? ai veglioni, nell'ambito della quale quella musicale e più propriamente melodrammatica non è che una delle componenti, e non sempre la principale.
Non a caso, sino a fine Ottocento, dove la fatica dell'A. si arresta, Aida e Carmen arrivano con una quindicina d'anni di ritardo, Faust e La forza del destino con più di venti, indizio questo di una perdita di ritmo che non sarà recuperata che parzialmente col verismo, a cominciare dal concittadino Giordano, ma con un importante risvolto nella prosa, dove da Torelli e Ferrari ci si comincia ad aprire ad Ibsen, la Foggia borghese della "mentalità massonica" staffilata da Croce, insomma, che non è l'ideologia massonica e riformistica del La Daunia felice ma non è neppure il tradizionalismo degli armentari o l'"enciclopedismo" di Rosati, un mondo moderno che va facendosi faticosamente strada e per il quale la ferrovia, la vigna, la camera del lavoro, magari la banda municipale, stanno prendendo il posto delle belle statue neoclassiche di Tito Angelini e del primo atto de I Capuleti e i Montecchi.
(Raffaele Colapietra)
Leonardo Giuliani, Storia statistica sulle vicende e condizioni della città di S. Marco in Lamis con un saggio di Tommaso Nardella. San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1994, pp. XXXII - 60 (Biblioteca Minima di Capitanata, 8).
Tommaso Nardella, La chiesa dell'Addolorata di San Marco in Lamis e la sua arciconfraternita (1717-1937). San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1994, pp. 51 ill. (Biblioteca Minima di Capitanata, 10).
L'amico A. mi consentirà di sbrigarmi con ogni rapidità del secondo opuscolo, suggerito a lui da un sentimento di pietas comprensibile e rispettabile ma che non arreca elementi davvero nuovi alle nostre conoscenze nè dal punto di vista della devozione mariana settecentesca, particolarmente accentrata sulla liturgia penitenziale dei Sette Dolori con tutti i risvolti di esaltazione misticheggiante collettiva del caso (si pensi, tanto per restare in Puglia, a Molfetta) né da quello della "invocazione" di reliquie in grande stile, e della relativa incetta, che parimenti caratterizzano l'epoca un po' in tutta la provincia meridionale né infine da quello statutario ed iconografico, proposti con ampiezza ma non tali da discostarsi dai moduli consueti.
Tutt'altro è da dirsi per l'operetta scritta dal Giuliani "ad utile e vantaggio dei suoi concittadini", stampata nel 1846 da un tipografo barese in quegli anni particolarmente attivo, Sante Cannone, e diventata a tal punto una rarità bibliografica che la sua riproduzione anastatica ne risulta più che opportuna.
Nardella ci presenta un personaggio che si direbbe a lui congeniale, sia come uomo che quale cittadino, che nella vita ottuagenaria protrattasi dalla vigilia della Rivoluzione all'indomani dell'Unità ebbe modo per ben quattro volte "caso unico" di ricoprire l'ufficio di sindaco di una località che proprio negli anni intorno alla sua nascita ed alla sua puerizia si era sottratta ad un regime feudale plurisecolare, acquisendo nello spazio di pochissimo tempo il rango ed il ruolo di città (i due episodi sono tra di loro in un qualche rapporto di causa ed effetto? gioverebbe approfondirlo) ed immettendosi così a pieno titolo in un trend di trasformazioni radicali che, nell'ambito del Mezzogiorno, investivano in modo specialissimo la Capitanata.
Notaio per quasi mezzo secolo, padre, ça va sans dire, di un notaio e di due preti (varrebbe la pena di conoscerlo anche sotto quest'angolatura professionale e familiare) Giuliani si dedica con frequenza e competenza, lo si comprende benissimo dalle pagine dell'opuscolo, alla "difesa dei terreni demaniali dall'assalto delle dissodazioni", sposa cioè correttamente la causa dell'universitas in un ambiente che, a Foggia ed a Napoli, gli si manifesta tutt'altro che favorevole, sicché si deve ricorrere più di una volta ai "provvedimenti dell'ottimo nostro Augusto Sovrano", per dirla col Nostro, un "filo diretto" che non va trascurato per intendere uomini e cose al di là delle etichette più o meno ideologiche.
Con Giuliani sindaco a fine anni trenta, avrebbe ricordato in sua morte l'anonimo panegirista, "questo popolo, nell'ammirazione istessa dei primi indigeni del nuovo mondo, vidde la corriera" sulla strada per Foggia, aperta a ricevere in carrozza l'intendente Gaetano Lotti, la "modernizzazione" che conviveva alla meglio con l'usurpazione più che mai imperversante, oltre 12 mila ettari sottratti al patrimonio comunale, in maggioranza al confine del tutto cervellotico ed artificioso con S. Giovanni Rotondo, e nella ribadita confermata assenza dell'autorità cosiddetta tutoria, se è vero che un accordo in merito, cioè in sostanza una ratifica dello stato di fatto, si raggiunse soltanto nel 1907, in piena età giolittiana, quando, malgrado tutto, l'autonomia amministrativa e specialmente la coscienza civica avevano fatto qualche passo innanzi rispetto alla "vita patriarcale" ed alla "opulenza" degli "aborigeni pastori" più volte rimpianta e mitizzata dal Giuliani.
Il quale, Nardella non ce lo nasconde, ottimo e corretto nei principî, non lo è altrettanto nell'applicazione, se è vero che se la prende con i "miseri cenciosi" fino al sequestro degli attrezzi agricoli, senza investire davvero il cuore del problema, con i 31 mila ovini ed i 6 mila animali grossi che, sempre a fine anni trenta, e quindi alla vigilia della stesura dell'opuscolo, si trovavano attanagliati da un lato dalla mancanza d'acqua per la privatizzazione delle cosiddette piscine, dall'altro dalla censuazione coattiva della statonica, che sottraeva l'erbaggio estivo e decimava l'allevamento.
Giuliani, l'abbiamo visto, è di massima fautore della pastorizia, la quale, scrive nel 1838 all'Intendente, "deve essere altamente protetta se non si vuole far cadere il cittadino nell'ozio e nell'indigenza", un problema, dunque, di prevenzione sociale e di ordine pubblico assai più che non strettamente economico, come, anche qui, dovrebbe ricordarsi un po' più spesso agli amici "modernizzatori".
Certo, tutto ciò non evade da un paternalismo intimamente borbonico, di cui la fondazione di un monte frumentario "per soccorrersi in tempi di semina la classe dei coloni" rappresenta il pendant agricolo nei confronti della pastorizia.
È perciò perfettamente coerente l'assunzione del sindacato alla vigilia del plebiscito dell'ottobre 1860 da parte del Giuliani, nella prospettiva di "traghettare" la comunità garganica dall'antico al nuovo regime in forme pressoché indolori, magari rivolgendosi, ad homines, agli autentici comunisti e lodandoli, in quelle supreme ristrettezze, per essersi "ritirati speranzosi dalle sconsigliate dissodazioni sopra i demani comunali".
Forse, visto come andarono le cose, la lode era un po' troppo ottimistica, ed il vecchio Giuliani dovette avere la sensazione di essere superato e tagliato fuori già prima della morte.
Perciò, anziché nel 1860, è opportuno conoscerlo all'epoca dell'opuscolo, nel 1846, quando la partita sembrava ancora fino ad un certo punto aperta, e la "statistica", cara all'amico Francesco Della Martora, in grado di somministrare lumi proprio in quella chiave sociale che si è accennata.
Miglioramento della silvicoltura ma non ripristino del bosco comunale che contraddirebbe il principio sacrosanto ed indiscusso della proprietà privata, consacrato dal diritto di chiusura, diffusione più o meno utopistica delle "arti" e dei prati artificiali con le solite scuole e gli inevitabili catechismi, enfiteusi degli erbaggi demaniali "suscettivi di miglioramento", questo il nucleo delle proposte di Giuliani dopo l'excursus storico introduttivo che, naturalmente, non ci dice molto sulle vicende di S. Marco.
Neppure le proposte, s'intende, brillano per originalità: ma l'interesse complessivo dell'opuscolo non è in ciò, bensì, per dirla incisivamente con Antonio Motta, che lo presenta e lo commenta, nella "passione civile", nel "certo tono di memoria" di un probo professionista ed impegnato cittadino.
(Raffaele Colapietra)
Tommaso Nardella, La chiesa dell'Addolorata di San Marco in Lamis e la sua arciconfraternita (1717-1937). San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1994, pp. 74 (Biblioteca Minima di Capitanata, 10).
Da qualche tempo si nota un forte risveglio di interesse per le confraternite. A dire il vero, anche in questo caso, come per tutto ciò che attiene all'area della pietà popolare, l'interesse dei teologi e della gerarchia è stato spesso preceduto da quello di Istituti Universitari e di Ricerca laici; e se oggi le confraternite tentano di rinascere sulla scorta di una legislazione ecclesiastica più fresca, il merito va anche a questi studiosi laici. Ricordo le Ricerche di storia sociale e religiosa dirette da Gabriele De Rosa che hanno dato, almeno per l'area veneta e campana, alcuni quadri di riferimento molto validi sia sul piano metodologico che su quello più strettamente storiografico.
Per quanto riguarda la Puglia, le ricerche più valide sono attestate attorno ai seminari del Centro Ricerche di Storia Religiosa in Puglia dell'Università di Bari. La Capitanata è scarsamente presente in queste ricerche, anche se, a livello di censimento, esiste già la base costituita dai dati pubblicati dalla prof. Liana Bertoldi Lenoci in uno dei citati seminari baresi.
Agli studiosi laici va quindi riconosciuto il merito di aver tenuta viva l'attenzione su un aspetto non piccolo della vita di fede del popolo cristiano. D'altra parte, però, va sottolineato che la prevalente enfasi data in questi studi agli aspetti giuridico-istituzionali, a quelli patrimoniali e a talune particolarità operative in campo sociale, ha privato spesse volte questi studi della percezione del dato fondante delle confraternite: quella pietas, che è nello stesso tempo amore di Dio e del prossimo, tensione verso l'alto e attenzione verso il vicino come esplicitazione della conversione del cuore.
La stessa interpretazione dei fenomeni è rimasta a volte in uno stadio embrionale con conseguente impossibilità di collocarli in un quadro totale di vita religiosa.
Bisogna dire, tuttavia, che l'evidenziazione delle peculiarità istituzionali, patrimoniali ed operative, è un pò il peccato di origine delle confraternite moderne, particolarmente nell'area meridionale.
Se il Concilio di Trento ha segnato l'inizio della perdita d'autonomia delle confraternite nei riguardi dell'autorirà ecclesiastica, il Concordato intercorso nel 1741 fra Carlo III di Borbone e la Santa Sede, ha consacrato definitivamente la fase finale del processo di secolarizzazione delle confraternite, almeno di quelle laicali, identificate con un pizzico di semplificazione, come delle pure e semplici società di assistenza, e quindi, sottoposte, secondo gli stilemi giurisdizionalisti, al quasi esclusivo controllo dello Stato. È vero che il Concordato del 1741 può essere più facilmente accusato di bigottismo che di manifeste velleità secolarizzanti; è indubbio, tuttavia, che il rigido controllo statale imposto a realtà fondamentalmente religiose, i cui atti rivolti all'esercizio della beneficenza e della publica assistenza restano pur sempre espressioni profonde di esigenze religiose, è servito a dirigere la legislazione e la prassi governativa verso una scarsa considerazione dei valori religiosi fondanti e, quindi, in prospettiva, ad abolirli come radici culturali e ideali.
La letteratura giuridica sulle confraternite, pressocché sterminata, stabilisce da se stessa una linea di ricerca, parziale, ma certo interessante.
Questa pista di ricerca si è arricchita, nei tempi attuali della percezione della forte incidenza esercitata dalle confraternite nella vita della comunità attraverso la pratica della solidarietà più o meno intensa, più o meno disinteressata.
Il libro di Tommaso Nardella si potrebbe anche leggere come un racconto popolare la cui trama, abbastanza scontata, si svolge fra personaggi dai cognomi conosciuti, se non fosse per quella forza che in questa, come nelle altre confraternite, si intuisce viva e vitale nonostante i palesi sforzi che lo stato borbonico e l'organizzazione ecclesiastica profondono per inglobarla in rigidi schemi burocratici, che non sanno andare oltre il controllo diffidente e privo di fantasia.
Questa forza consiste nella coscienza del proprio valore religioso e della propria dignità di uomini liberi e pensanti del popolo cristiano, che nella libera e religiosa associazione trova un luogo privilegiato e totale di espressione. La si direbbe orgogliosa, ma è la semplice affermazione del proprio essere figli di Dio.
Il lavoro di Tommaso Nardella rifugge, tuttavia, dalle facili mitizzazioni: di fronte a situazioni particolari, anche la confraternita si rivela inadeguata a difendere gli aderenti dalla tentazione del potere e del denaro. Si coglie qua e là un senso di disagio di fronte alle difficoltà. Il verbale del 20 dicembre 1831 (pag. 17) rivela situazioni non del tutto puntualizzate dalla vita della confraternita: la cappella dell'Addolorata è già di proprietà dell'arciconfraternita, o la famiglia Iannacone si è limitata a cedere in perpetuo lo jus di usarne come cappella propria alla neonata confraternita?
Se dal punto di vista giuridico la questione non è affatto chiara, almeno dal punto di vista dei documenti, da quello morale è piuttosto evidente il gioco delle parti sul filo di un'affermazione di diritto che non si sa bene se vantata o millantata.
Affiora poi qua e là nella vicenda, anche con preoccupante frequenza, un'altra verità: spesso l'autonomia organizzativa e amministrativa, vantata senza mezzi termini di fronte all'autorità ecclesiastica, tentata anche di fronte a quella civile, celava pure e semplici operazioni di potere: priorati che si prolungano oltre misura con la vecchia tecnica dell'acclamazione; opere di carità a volte pelose; interpretazioni favorevoli degli atti di fondazione; l'ondeggiare, alla ricerca della parte più favorevole, fra la giurisdizione ecclesiastica e quella civile; il ricorso ai faccendieri di dubbia moralità per ottenere il rescritto reale con qualche sodalizio sammarchese, da "Confraternita", veniva elevata ad "Arciconfraternita" senza che la dichiarazione si giustificasse con altra motivazione al di fuori della semplice operazione di immagine, ovverosia, di propaganda spendibile in un futuro più o meno immediato dagli attuali dirigenti. L'operazione compiuta nel 1838 costò ai confratelli un piccolo patrimonio: 350 ducati!
Non è piccola cosa, quindi, per San Marco in Lamis il libro di Tommaso Nardella a cui, speriamo, segua la pubblicazione degli statuti settecenteschi della confraternita del Carmine e quelli ottocenteschi della confraternita di Santa Maria Bambina, già acquisiti all'esame degli studiosi. A questo proposito si rivela utilissimo il libro del Nardella il quale nella parte iconografica ha pubblicato una vera e propria pista di ricerca: l'elenco ottocentesco di tutte le chiese e cappelle del comune garganico.
(Mario Villani)
Molfetta 1799 - Galantuomini e popolani, giacobini e realisti, sangue e tumulti in un comune pugliese di fine Settecento a cura di Massimo M. Memola e Ignazio Pansini. Molfetta, Mezzina, 1994, pp. 222.
Il sottotitolo un po' sesquipedale ed enfatico, che rispecchia del resto i gusti del primo dei curatori e l'atmosfera dichiaratamente teatrale che ha circondato l'iniziativa nel molto bene e nel pizzico di male, è forse l'unica cosa non condivisibile in un libro originale ed intelligente pur nel tornare ad affrontare temi arcinoti, in un clima peraltro di solidarietà comunitaria e di rigoroso civismo che rende doveroso omaggio in limine all'episodio davvero d'antico regime del quale è restato compianta vittima il sindaco Carnicella.
È la città di Molfetta dunque come tale, più che opportunamente, che si volge a riflettere su un episodio famoso del suo passato, drammatizzandolo in una vera e propria forma teatrale conclusiva (tutt'altro che spregevole, anche perché ci fa rileggere il testo dell'inno repubblicano musicato per tradizione da Cimarosa), sceneggiandolo attraverso una serie di quadri, anch'essi dignitosi, del pittore Sciancalepore, ispirati a brani della cronaca del notaio Francesco Saverio Pomodoro, ma soprattutto, s'intende, commentandolo, interpretandolo ed arricchendolo grazie all'appassionata collaborazione di egregi studiosi concittadini.
Il primo di essi è prevedibilmente Angelantonio Spagnoletti, che tiene comunque il discorso sulle generali, con quella sottolineatura della neapolitanitas del regno, del ruolo dei togati, della funzione incondizionatamente progressiva del giurisdizionalismo, che è propria di una scuola, e che non finisce di persuadere, mentre felicissima, specie nella Puglia di Palmieri, è l'insistenza sull'evoluzione, che predetermina i tempi nuovi, di almeno una parte del baronaggio verso l'aziendalismo della proprietà fondiaria modernamente intesa.
Segue un'utilissima cronologia delle vicende nazionali intrecciate con quelle cittadine, che pone subito certi problemi di differenziazione e gerarchia territoriali che meriterebbero chiarimenti, Terlizzi "piccola Parigi" nei confronti della Molfetta anarchica che tuttavia è in grado di soverchiare l'onesta Giovinazzo, cose che non nascono nel 1799, così come non viene fuori dal nulla la dialettica tra Gioia ed Acquaviva, con tutto ciò che ne consegue e che, come un po' in tutto il Mezzogiorno, andrebbe indagato e ricostruito molto a monte, forse addirittura al di là dello stesso Settecento.
Si leggono quindi, sobriamente annotati dal De Santis con attenzione lodevolissima alla topografia storica ed alla relativa toponomastica, i brani della cronaca del Pomodoro, vivacemente illustrati da Sciancalepore (l'assassinio di Benedetto Samarelli richiama in modo tragico, nelle modalità rituali, quello del sindaco di Molfetta dei giorni nostri, i Giovene cominciano a grandeggiare, l'arciprete per l'acutezza delle sue osservazioni, il fratello Michele per il tatticismo spregiudicato e votato al successo) per passare più avanti ad Arcangelo Ficco, che riprende con nuovi elementi il suo prediletto tema antropologico della "trasgressione" a cui, ovviamente, il Novantanove si presta in modo particolare, non soltanto a Molfetta.
In queste pagine, peraltro, Ficco si preoccupa soprattutto di tracciare l'antefatto dell'esplosione anarchica, il mutamento di mentalità che si sostanzia in una indifferenza di fondo per le pratiche religiose, anche quando esse non s'irrigidivano nel precettismo penitenziale e devozionale della tradizione, ed in una istanza latamente carnevalesca di sovversione, l'inzaccheramento che può anche significare l'aspirazione di un coinvolgimento collettivo più o meno nichilistico, nei cui confronti le deplorazioni vescovili sulle bestemmie e sui concubinati risultano francamente fuori tempo, quasi che proprio i moduli ecclesiastici di giudizio non riuscissero a tener dietro alla torbida ebollizione della società.
Pansini si dedica infine da par suo all'accennato arricchimento documentario della già preziosa bibliografia molfettese, e qui debbono riscontrarsi davvero stimoli e suggerimenti molto fecondi, il ruolo ambiguo e soperchiatore dei fratelli Tortora, la sostanziale e benemerita dirittura di uomini così diversi come il vescovo Antonucci ed il capopopolo Felice Ragno, il conformismo innocuo dei grandi intellettuali cittadini dell'epoca, da Minervini a Poli, i retroscena ed i sottofondi delle amministrazioni straordinarie e delle occupazioni militari, e così via di seguito.
Un libro teatrale, abbiamo detto, e che anche tipograficamente si presenta in modo che si direbbe scenografico: ma su quel palcoscenico ci sono persone che sanno il fatto loro, studiosi ferratissimi, uomini di buon gusto, che si sono tutti riconosciuti quali cittadini di buona volontà, ed alla loro città hanno dedicato un'opera importante, nello scorrere la quale il diletto di prammatica è senza dubbio superato da un profitto consistente e duraturo.
(Raffaele Colapietra)
Felice Pellegrini, Testimone di Libertà. Per una biografia di Vincenzo Calace prefazione di Mario Spagnoletti. Molfetta, Mezzina, 1994, pp. 499.
Nel centenario della nascita, ed a trent'anni dalla dolorosa e sofferta scomparsa, dopo che la città natale, Bisceglie, gli ha doverosamente dedicato un ricordo monumentale inaugurato da Pertini, presidente della repubblica, ed il suo nome è variamente tornato nelle non poche ricostruzioni del pensiero e delle vicende del partito d'azione che si sono succedute negli ultimi anni, era opportuno che a Vincenzo Calace venisse dedicata altra specie di monumento, e cioè una ricerca approfondita e documentaria al di là dell'appassionato profilo tracciato nell'86 da un personaggio per più versi a lui congeniale, Giuseppe Andriani.
Ho parlato di personaggio, e l'ho fatto pesantemente, perché costoro, tra Bovio e Salvemini, che rimangono i loro modelli e maestri, non sono cittadini e democratici qualsiasi, bensì invincibilmente protagonisti libertari, individualisti impenitenti, testimoni conclamati, con tutto ciò che di turgido nel linguaggio e di caricato e declamato nell'atteggiamento ciò comporta, uomini dell'Ottocento, coturnati, alfieriani, con o senza il cappellaccio a larghe tese d'Imbriani o di Giacinto Francia, che sono altri nomi che vengono irresistibilmente sotto la penna, trattandosi di cose pugliesi.
L'esigenza documentaria è dunque perfettamente rispettata ed esaudita in questo ponderoso volume, grazie alla disponibilità, di cui l'A. ha potuto godere, dei grossi quaderni in cui Calace annotava e trascriveva la propria corrispondenza in partenza nel secondo dopoguerra, insieme con parecchi significativi frammenti, variamente reperiti, di quella in arrivo.
Non si può dire che a questo punto manchino le pezze d'appoggio per elaborare un giudizio d'assieme su colui che dovrebbe essere un uomo politico quanto mai rappresentativo della democrazia meridionale, ma che in realtà, proprio grazie a questa massa ricchissima di documentazione che l'A. presenta con incondizionata adesione, che moltiplica a mille doppi il fervore ed il pathos già presenti ad abundantiam in quella prosa, si conferma, ormai in modo definitivo, tutt'altro che tale, e dunque esclusivamente, com'è ben detto nel titolo, con una istanza tutta etica ed individualistica, un "testimone di libertà", intesa quest'ultima, s'intende, nel senso eminentemente "antitirannico" che si è accennato sopra.
In realtà, culturalmente parlando, ed applicando la sua cultura alla politica, Calace non va al di là di Mazzini, e di un Mazzini non felicemente filtrato attraverso Bovio, sia agli esordi non precocissimi del suo appassionamento politico squisitamente antifascista in quanto tale, fine a sè stesso (sottolineo con forza questi corollari) sia quando si atteggia a socialista in nome di un connubio tra giustizia e libertà che non va al di là dell'enunciazione sommaria, il governo della gente onesta, la redenzione delle plebi, e così via, in pratica non andandosi oltre (è l'A. a documentarlo largamente) l'assistenza agli operai pugliesi emigrati in Svizzera, grazie alla collaborazione di Egidio Reale e di Riccardo Bauer, un altro "isolato", quest'ultimo, la cui amicizia con Calace si distende senza ombre per decenni, ma con un campo d'attività, l'Umanitaria di Milano, ben più prestigioso e gratificante che non la rissosa e sterilissima Bisceglie.
Tutta la prima parte del libro rispecchia perciò l'esemplare militanza repubblicana in quanto "salvazione d'anima" di un professionista non più giovanissimo, che si è tirato su con le proprie forze, in un quadro di solidarietà democratica antifascista, tipica dei pieni anni venti, col consueto contorno di violenze intorno all'interessante candidatura politica, nel 1924, di Carlo Pasquale.
Poco si sa purtroppo dell'attività politica del Nostro a Milano, dove nel 1927, a trentadue anni, assume responsabilità direttive clandestine nel ricostituito partito repubblicano che presupporrebbero una preparazione ed una militanza ben diverse da quelle pugliesi, fino all'atmosfera terroristica che condurrà all'arresto di fine 1930 ed alla lunghissima detenzione, la cui cronaca, diciamolo subito, e con tutto il rispetto e l'ammirazione possibili, non si distacca gran che dal prevedibile cliché di gusto risorgimentale, non ravvisandosi in Calace alcuna consistente evoluzione di pensiero politico nei confronti della pregiudiziale intransigenza etica antifascista che, lo ripetiamo, è fine a sè stessa, e prefigura semmai, attraverso l'amicizia con Fancello, una piattaforma libertaria che si manterrà ben a lungo per entrambi, con risvolti importanti all'interno del PSI del frontismo.
Per il momento, comunque, internazionalista ed anticlericale alla garibaldina com'egli è, Calace è ben lungi dal socialismo (non si parla di marxismo) e confluisce naturaliter nel partito d'azione, al cui interno, com'è noto, assume un ruolo spiccatissimo d'inflessibilità antimonarchica ed antibadogliana, dalla tribuna de L'Italia del Popolo a quella napoletana della Giunta Esecutiva dei comitati di liberazione dopo il congresso di Bari del gennaio 1944.
Abdicazione del re e Costituente, cioè istanze serissime, s'intrecciano e si confondono in questo clima con altre quanto meno azzardate, la reggenza dei savants, i magistrati al posto dei prefetti e dei questori, l'atto d'accusa contro il re, i "pieni poteri del momento d'eccezione", tutta la stamburata, insomma, che eccitava Croce all'insofferenza più viva, ed alla quale Calace (che pur aveva detto cose assennate sulla "defascistizzazione") aggiungeva "l'intervento diretto dal popolo per la presa di possesso dei Comuni e la immediata costituzione del Governo straordinario che dichiari senz'altro la deposizione del re le masse popolari ponendo in atto il loro proponimento anche con la forza", prosa che leggiamo a p. 174 sotto la data 24 febbraio 1944, e che non richiede davvero commento, fino al corollario del "dovere d'insorgere". Intendiamoci, Calace avrà tutte le ragioni, contro Togliatti, di sostenere le pregiudiziali della collegialità della giunta e dell'impegno per la Costituente, ma non le avrà altrettanto quanto alla non collaborazione con Badoglio, che era davvero obiettivamente preliminare a qualsiasi altra pregiudiziale, come avrebbe confermato l'indignato rifiuto di Croce a fornire egli la soluzione all'impasse in cui si era cacciata l'intransigenza di Calace.
Quest'ultima conduce pertanto ad una sconfitta politica personale netta e definitiva, anche sul piano d'intrattabilità morale su cui aveva preferito di attestarsi, si veda in merito una nobile protesta di Mario Berlinguer, a non parlare di quello della sensibilità sociale, che rimane vago e fumosissimo, ai limiti del paternalismo, o del piano istituzionale, con la polemica contro "Roma ladrona" infarcita di luoghi comuni ai quali purtroppo ci siamo dovuti abituare.
Quando nel febbraio 1946, per giustificare la propria permanenza nel partito d'azione dopo il congresso di Roma e la relativa scissione, sentiamo Calace parlare di "repubblica del lavoro" e di "più profonda concezione di trasformazione e rinnovamento etico, politico, sociale, che pone per ciò stesso il Partito su un piano storicamente rivoluzionario", possiamo farci un'idea di quanto datate ed approssimative siano le sue convinzioni politiche.
Seguire la cronaca del decennio successivo in cui il Nostro è ancora intellettualmente valido, prima del triste tramonto finale (che ha motivazioni psicologiche e psicanalitiche evidentissime, che non si dovrebbero sottovalutare anche in chiave d'interpretazione politica) diventa a questo punto superfluo nei limiti attuali della presente nota, a parte il garbuglio che obiettivamente contraddistingue la sinistra democratica e socialista in questi anni.
Calace, quanto a lui, ed a partire dalla campagna per la Costituente, rimane sostanzialmente repubblicano, pur non aderendo mai al PRI, vagheggia un "partito del lavoro" e (gennaio 1947) "una nuova società umana nella quale tutti i valori dello spirito e tutte le esigenze economiche vengano difesi in una più civile ed umana concezione attraverso una profonda riforma del costume" (sic!), aderisce al PSI a fine 1947 su linee di autonomismo risentito nei confronti del PCI, che costituiranno la sua maggiore e più limpida benemerenza in quegli anni di ferro, ma con sullo sfondo un federalismo europeo sempre più utopisticamente mazziniano rispetto al "fascismo clericale" imperversante, si apre a Salvemini, si confida con Riccardo Lombardi (molto bella e vera la lettera 19 dicembre 1949), polemizza con Togliatti, ma sempre come un sopravvissuto, che rievoca, che recrimina, che non si prende sul serio (ed in questa sua solitudine di "spostato", fino al tardo lavoro per la Cassa del Mezzogiorno, dovrà pur esserci un nesso di causa ed effetto non trascurabile).
Coerentemente, logicamente, espulso dal PSI, alla ricerca di un socialismo autonomo che riflettesse in qualche misura le proprie aspirazioni e speranze di vecchio azionista "libertario", l'approdo di Calace non poteva che essere l'Unità Popolare e la battaglia democratica contro la "legge truffa" del 1953.
E qui preferisco lasciarlo, perché qui la sua vicenda di un democratico meridionale ottocentesco si confonde con la mia di giovanissimo intellettuale di una diversa generazione ed esperienza, che mi trovai altrettanto naturaliter su quelle medesime posizioni e che non ho ovviamente alcun motivo per dolermene o pentirmene.
Ma qui, quarant'anni più tardi, ho dovuto fare il mio mestiere di studioso di storia: e la figura rispettabilissima di un antico compagno d'armi e di un uomo moralmente superiore non può essere sufficiente purché io mi esoneri dal ricercare le "ragioni" della storia e perciò quelle della storia e perciò quelle della sconfitta politica di un uomo, di una tradizione, di una corrente di pensiero, che ci hanno dato molto, a cui restiamo fedeli, ma sulle cui linee non possiamo e non dobbiamo, se abbiamo studiato e vissuto, reverentemente rimanere immobili.
(Raffaele Colapietra)
Saverio Russo, Storie di famiglie - Mobilità della ricchezza in Capitanata tra Sette ed Ottocento. Bari, Edipuglia, 1995, pp. XIV, 173 (Mediterranea - Collana di Studi Storici, 6).
La scuola modernistica di Pasquale Villani ha già da alcuni anni recuperato a Napoli ed in Terra di Lavoro, si pensi rispettivamente a Macry ed a Civile, la dimensione familistica e la prospettiva biografica quale approccio metodologico più produttivo per l'indagine strutturale, al di là del mero rilevamento quantitativo, fino agli esiti "immateriali" del consenso, del prestigio, dell'egemonia, mediante l'intervento delle cosiddette strategie matrimoniali, delle coperture e degli inserimenti nella vita pubblica.
Si dirà che è la scoperta dell'ombrello, che si è ancora lontanissimi non solo dall'ariosità e dal ritmo della biografia ottocentesca ma dalla stessa complessità di suggerimenti e di spunti che una metodologia del genere tiene in vita soprattutto in Inghilterra.
E tuttavia ci si deve rallegrare come di un passo avanti fondamentale, che quanto meno comincia ad eliminare le emarginazioni, i compartimenti stagno, che per decenni avevano contribuito progressivamente a rendere asfittica e a paralizzare la ricerca storica nel Mezzogiorno.
Da questa svolta si era fin qui tenuta immune la Puglia, ferma con Massafra e Salvemini ad una visione "rigorista" dei lunghi periodi, degli atteggiamenti di ceto, dell'interpretazione del territorio.
Una buona disponibilità archivistica privata, egregiamente integrata con quella pubblica, ma in special modo, non c'è dubbio, una sensibilità ed una curiosità finalmente ridestatesi a nuovi orizzonti, consente una buona volta di liquidare anche questa immunità, grazie allo spaccato che l'A. dedica a Cerignola.
In questa parabola all'incirca secolare del catasto onciario alla vigilia dell'Unità c'è un elemento nuovo e deciso, che l'A. non enfatizza a dovere, ma che non può fare a meno di sottolineare a più riprese e con forza, il ruolo ben calcolato degli ecclesiastici nell'escalation familiare, l'incidenza determinante del capitolo cattedrale nella gestione della cosa pubblica, soprattutto quando, come a Cerignola, il capitolo sia ricettizio e l'assenza tanto del barone quanto del vescovo garantisce ai canonici un campo d'intervento pressoché illimitato.
Non c'è ancora (e sarebbe stata troppa grazia che ci fosse) la politica, sicché all'A. non passa per la mente che il Mercadet di paese, quale viene raffigurato Paolo Tonti nelle pagine notissime di De Cesare e di La Sorsa, possa essere una costruzione retorica post eventum dei liberali per squalificare nel ridicolo e nella goffagine plebea il buon conformista borbonico che in realtà era stato don Paolo, né che i Chiomenti ed i Tortora possano recuperare sul piano politico liberale pre e post quarantottesco quel ruolo che andava appannandosi sotto il profilo economico, nel primo caso proprio sotto l'offensiva di don Paolo, la cui ricostruzione litigiosa e controversistica è una delle cose migliori dell'A., fino al tramonto esistenziale ed alla burrasca del testamento, col don Basilio di turno (figurarsi, un redentorista pugliese alla Celestino Cocle!) ed un po' tutti gli altri personaggi della relativa commedia dell'arte, la bagascia, la sorella proterva, i queruli mendicanti e così via, con sullo sfondo la cupola del Duomo, quale nuova piramide del novello faraone.
La politica, s'intende, c'è di fatto, anche se non viene trattata ex professo, e la costante fortissima copertura terriera del Tonti, insieme col filantropismo paternalistico dei parenti Fornaro, rimane un elemento settecentesco legato allo sfruttamento del mercato "protetto" istituzionale che sfocia in un privatismo privilegiato, ben lontano dalla più moderna prospettiva schiettamente creditizia di Casimiro Cirillo, per il quale il negozio di cereali non è fine a sè stesso, non s'immobilizza nella rendita, ma è solo uno strumento per disporre di una liquidità da reinvestire immediatamente in un contesto tutto finanziario.
Quest'ultimo, com'è naturale, è un gusto pienamente ottocentesco, rispetto al quale il Tavoliere, la regia corte, i Certosini di S. Martino, i locati abruzzesi, con cui ancora schermeggia Francesco Tonti, sono un ricordo del passato cancellato dal Decennio con le sue forniture e gli investimenti in grande stile tutt'altro che localizzati esclusivamente nella terra (quella terra, notiamolo en passant, che Paolo Tonti continuerà a gestire in economia fino alla morte a metà Ottocento, riluttando persino all'affitto e confermando anche in ciò la coloritura antico regime del suo inconfondibile borbonismo).
Altre cose andrebbero tenute presenti, il modo di abitare, ad esempio, la partecipazione al mercato immobiliare ai fini delle modificazioni urbanistiche che a Cerignola sono particolarmente rilevanti, così come rilevantissimo e decisivo, molto ben valorizzato dall'A. attraverso tutti i suoi eroi, è il ruolo degli immigrati, che peraltro pone altri problemi, d'insediamento, appunto, di convivenza a livello antropologico e così via, a partire dalle difficoltà d'inserimento, che l'A. illustra in negativo col caso drammatico del "napoletano" Michele Biancardi rimasto legato alla clientela e ad una sorta di endogamia psicologica, che a sua volta si confronta e si scontra con l'affine atteggiamento, non esclusivamente psicologico, dei canonici della cattedrale.
Ma siamo sulla strada buona, vediamo gli uomini con i loro umori e non soltanto con i loro cartellini di lavoro: e c'è da rallegrarsene con l'A.
(Raffaele Colapietra)
Giuseppe Tardio, Rimembranze - Diario di vita politica e amministrativa di un paese del Gargano (1860-1899), a cura di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio. San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1995, pp. 165.
A cura di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio è stato recentemente pubblicato il diario di Giuseppe Tardio, medico e uomo politico di S. Marco in Lamis, vissuto tra il 1836 e il 1899, uno dei tanti intellettuali meridionali che durante il processo di unificazione nazionale hanno contribuito all'avanzamento sociale e civile del Mezzogiorno d'Italia.
Il diario, intitolato "Rimembranze dei momenti più memorabili della mia vita", è tratto dal ricco fondo documentario dell'archivio di Tommaso Nardella, e racconta la vita politica e amministrativa di un paese del Gargano attraverso le pagine di un democratico, mazziniano convinto, che partecipò con impegno e passione civile alle contese politico-amministrative della popolosa comunità garganica e della Capitanata fra tradizione e innovazione.
I fatti della reazione borbonica e del brigantaggio a San Marco in Lamis sono descritti con avvincente partecipazione e concreta interpretazione critica degli avvenimenti e del fenomeno suggerendo rimedi e provvedimenti improntati a responsabile saggezza.
Aperto verso le masse più povere, vede però ancora lontano il processo di emancipazione delle classi egemoni. Convinto assertore dell'unità e dell'indipendenza dell'Italia, ha sempre di mira il riscatto degli umili mediante l'istruzione e l'azione di governo per gli indispensabili miglioramenti delle condizioni di vita civile e sociale, oltre che economica.
A tali finalità è rivolta infatti la sua attività di consigliere comunale e provinciale, di sindaco e di delegato scolastico provinciale, oltre che di presidente della Banca Cooperativa, di socio della Società Economica di Capitanata e di rappresentante del Comune di S. Marco in Lamis nel Consorzio per le strade garganiche.
Egli mirò allo sviluppo delle attività produttive, alla costruzione di infrastrutture, dalla pubblica istruzione, che egli considerò "importante molla del progresso", alla sanità, dal razionale utilizzo delle finanze comunali alle opere pubbliche, dall'assetto idrogeologico e dalla salvaguardia del territorio alla questione demaniale e alla solidarietà sociale.
La lettura delle pagine del diario e delle note, precedute da una illuminante introduzione dei curatori, rivela la forte tempra di un uomo e amministratore amante dei "fatti" e non di "paroloni belli e sonanti". Egli lamenta, fra l'altro, "in una popolazione di 18 mila abitanti esserci appena 162 elettori dei quali 63 preti", e che le istituzioni non riescano a "rendere evidenti e palpabili i beni che vengono da un governo costituzionale".
Critica anche la locale borghesia, sollecita solo a trarre profitto dal controllo della pubblica amministrazione, e auspica il superamento degli egoismi e dello sfruttamento della reazione contro le ingiustizie e le violenze che "mettono in pericolo l'unità e la concordia nazionale". Sono parole che acquistano particolare significato anche nel momento attuale.
La lettura di queste pagine di diario, dense di riferimenti ad avvenimenti locali e nazionali, che si consiglia specie ai più giovani, offre un chiaro racconto, anche letterariamente ben costruito, della vita di un intellettuale e uomo politico meridionale, che, ancor oggi, in una società confusa e a corto di veri ideali come la nostra, può costituire un valido esempio di onestà democratica e di equilibrio morale e politico.
Arricchiscono il volume un'ampia documentazione fotografica e l'appendice costituita da tre documenti, anch'essi inediti, riguardanti la condizione operaia, la situazione economica del paese e la storia delle finanze del comune garganico dal 1864 al 1888, un periodo, come si sa, denso di notevoli e importanti avvenimenti storici nazionali.
(Cristanziano Serricchio)