Saverio Russo
Economia e società a Foggia tra Sette ed Ottocento
"La città cresce di giorno in giorno di abitatori forestieri, li quali fuggendo, per così dire, le Terre e luoghi Baronali intorno a Foggia, tutti concorrono alla libertà di questa città mercantile, con l'esempio di vedersi li forestieri in un istante giunti o a ricchezze, o a commodità, alle quali i cittadini tra centinaia d'anni giunger non vi possono. Di modo che si verifica l'adagio comune esser Foggia per li forestieri, e patria favorevole a' mercanti e negozianti1".
Così Calvanese, alla vigilia del terremoto del 1731, caratterizza le funzioni economiche della città, racchiudendo, non senza enfasi, sotto l'emblema del mercato un mercato tuttavia dipendente e dominato sostanzialmente da operatori forestieri, ma che sovente si stabiliscono in città una sua sintetica connotazione. Quindi mobilità sociale e della ricchezza, fluidità nelle relazioni all'interno dell'élite, impossibilità di politiche di serrata nobiliare altrove così frequenti.
Sessant'anni dopo è Longano a descriverla come città nodale, "la più florida, la più popolata, e la più ricca del Regno", "emporio di una industria, che non ha pari del Regno", sede di "Tribunale, arrendamenti, Percettoria «che» richiamano quivi tutti gli interessati"2.
Giuseppe Maria Galanti, in quegli stessi anni, la connota più sinteticamente come "una gran piazza di commercio", introducendo tuttavia alcuni elementi differenziali: la città è sicuramente ricca "come mostrano le sue carrozze e i suoi equipaggi", ed i suoi abitanti, al contrario dei lucerini "ufficiosi", "mostrano quell'orgoglio che pare inseparabile dalla ricchezza"3.
Pochi anni dopo, accanto alle generiche connotazioni di Giustiniani, sui foggiani "industriosi" e sulla città, "il più ricco granaro della Puglia, il più esteso magazzino dei formaggi, e delle lane"4, sarà il frate Manicone a proporne una gustosa e perspicace caratterizzazione: la città del "negozio" non è vittima di quel determinismo geografico, di cui pure aveva parlato l'abate Longano, tant'è che i foggiani, oltre che "dotti ed illustri avvocati, gravi e cospicui economisti", saranno descritti come "gli Olandesi di Sicilia, i primi calcolatori del Regno nel negozio, e nel commercio"5.
Ma la rappresentazione della città sta mutando: accanto a Ceva Grimaldi, che nel 1818 l'attraverserà notando "nello stesso cortile un'elegante carrozza con un tiro di due superbi cavalli ed un carro grave de' doni di Cerere"6, qualche anno dopo è Colletta nella Storia del Reame di Napoli a proporre un giudizio ben diverso da quelli precedenti. Ricordando l'episodio su cui l'erudizione e l'araldica locale si sono sovente soffermati (la nobilitazione di alcune famiglie foggiane nel 1797, in occasione del matrimonio, celebrato nella città del Tavoliere, del principe ereditario Francesco di Borbone con Maria Clementina d'Austria), così scriveva: "Il Re diede a parecchi foggiani titolo di marchese, a ricompensa del meraviglioso lusso nelle feste delle regali nozze: e subito mutarono i costumi di quelle genti, che agricoli o pastori, si volsero alle soperchianze del gran commercio ed agli ozi dei nobili, ozi crassi perché nuovi ed insperati. Così le dignità mal concesse accelerarono il decadimento della città, compiendo in breve ciò che lentamente i vizi della ricchezza producevano"7.
Non è la sua una posizione isolata, né solo è imputabile ad un'eco della settecentesca polemica sul lusso o ad un precetto della filosofia tardo-fisiocratica. Qualche anno dopo è Giuseppe del Re, che utilizza a piene mani memorie locali (nel nostro caso quelle di Casimiro Perifano) a ritornare sull'argomento con una connotazione in chiaroscuro dell'élite. Riprende certo il giudizio sulla solerzia, attività, laboriosità del foggiano, ricorda "parecchi negozianti che fanno grandi affari di ragione e di commercio con que' di Napoli", ma denuncia "il lieve avanzamento dell'intellettual cultura nelle persone molto distinte e ricche". Causa "di questa scioperatezza è anche una certa vanità introdotta da molto tempo nelle loro classi, le quali si pascono di giornaliere dimostrazioni di lusso ne' vestimenti e di eleganza ne' trattamenti", abitudini trasmesse anche agli "umili borghesi"8. Certo l'ozio non è separato dalla "cura delle faccende delle campagne", ma certo siamo lontani non solo dai modelli di certa aristocrazia padana, ma anche dai tentativi di innovazione pur entro i limiti di un modello mediterraneo dei proprietari di San Severo o di Cerignola, come ripetutamente rileveranno di lì a poco numerosi osservatori.
Non è più il mercato, i suoi valori e le abilità che richiede, il simbolo della città, ma sempre più la terra, la proprietà, dissociata tuttavia dall'intrapresa e dall'innovazione.
Che cosa c'è dentro questo mutamento della rappresentazione della città e della sua élite, questo passaggio dalla crescita impetuosa alla difficile tenuta del secondo Ottocento, da una struttura caratterizzata da un'elevata mobilità sociale all'irrigidimento delle gerarchie? Muoviamoci, un po' a raggiera, tra nuovi indizi e ricerca di cause. Una conferma indiziaria, puo' essere ricercata nella struttura socio-professionale della città, che rinvia anche in buona misura ai meccanismi di autorappresentazione, di cui la definizione censuaria fa sicuramente parte. Nell'Onciario di Foggia, redatto tempestivamente già alla fine del 1741, emerge da una lettura differenziale che prenda a confronto altri centri di analoga dimensione demografica la centralità del mercato e di quelli che definiremmo servizi all'economia (trasporti, immagazzinamento), compresi i mestieri peculiari della città, come quelli degli sfossatori o dei pesatori di lane e vettovaglie. Non c'è solo il numero, pur significativo, di "mercadanti" e negozianti, ma è rilevante la diffusione del commercio, di derrate soprattutto, e dell'intrapresa agricola, accanto e dietro altre qualificazioni professionali: non sono rari i casi di professionisti, "civili" e viventi "nobilmente" che hanno fondaci e trafficano in granaglie.
La mancanza dell'Udienza, inoltre, non priva la città delle funzioni burocratiche e amministrative, e delle attività libero-professionali: professionisti, funzionari, impiegati e militari, grazie soprattutto alla Dogana e al suo Tribunale, superano a Foggia l'8,5% del totale degli attivi, percentuale oltremodo significativa, se si tien conto che a Bari queste categorie non raggiungono che il 3,6%. Non sono certo questi i settori numericamente prevalenti, giacché gli addetti all'agricoltura di rango medio basso sfiorano il 30% degli attivi. Si tenga conto, tuttavia, che a Barletta tale percentuale è più che doppia rispetto al dato foggiano, che rinvia alle caratteristiche del territorio posto attorno al capoluogo dauno, coltivato prevalentemente da salariati immigrati per specifiche fasi agricole o utilizzato per i sette mesi da novembre a maggio da pastori abruzzesi (entrambi i gruppi non sono di norma registrati dal catasto).
Significativamente, infine, a metà Settecento solo l'1,4% dei censiti si qualifica come rentier (proprietario, "vive del suo", "vive nobilmente ecc.)9.
Ottant'anni dopo, nel 1826, uno stato d'anime abbastanza completo ci restituisce un'immagine della struttura socio-professionale della città in buona misura mutata: il "negozio in grande" appare in regresso, crescono in termini assoluti e percentuali, gli addetti alla burocrazia. Ancor più significativamente aumentano quelli che si definiscono o sono definiti proprietari o possidenti, insomma rentier, che passano al 3,1%. L'élite cittadina si "terrierizza", investe prima nel consolidamento ricordiamo l'oneroso riscatto dalle servitù della Dogana , poi nell'estensione della proprietà fondiaria, sceglie sempre di più la proprietà come valore di riferimento. Non a caso nei ruoli degli eleggibili aumentano sensibilmente i proprietari10.
Il mercato è nel frattempo profondamente cambiato: non sono mutate solo le destinazioni finali, ma si sono dissolte le vecchie "nazioni" i veneziani o i bergamaschi, ad esempio, che avevano controllato in un primo tempo anche il mercato dei cereali e al tempo di Calvanese continuavano a commerciare la lana. Si è quasi completamente interrotto l'asse nord-sud per il grano, mentre cresce il mercato interno, che però e ferreamente regolato dai vincoli dell'annona e gestito dai grandi granisti privilegiati11. Per la lana i mercati della terraferma veneta e talvolta anche quello internazionale (francese, ad esempio) saranno perduti anch'essi, qualche decennio dopo, compensati faticosamente dalla più debole domanda locale delle manifatture del Regno. Operatori che erano, se non prevaletemente, almeno parzialmente impegnati sul mercato delle derrate o della lana, investono sempre più nella terra che, grazie ai livelli sostenuti della rendita, assicura rendimenti soddisfacenti del capitale. Non c'è quindi solo la ricerca di un investimento rifugio o di un assetto patrimoniale orientato verso una logica di status nel nuovo rapporto con la terra, ma una solida per quanto immobilista razionalità economica.
Una rapida indagine sui titolari dell'affitto sessennale e poi sui censuari del Tavoliere nella locazione di Castiglione, situata in buona parte attorno a Foggia, ci consente di misurare approssimativamente questo processo. Consideriamo le circa 300 carra di terre a pascolo di questa locazione (circa 60 mila versure): nel 1789 due terzi della terra fittata è detenuta da locati privati o enti ecclesiastici prevalentemente abruzzesi di Lucoli, Roccaraso, Scanno e Casteldisangro. Le presenze foggiane si riducono a quelle, peraltro non vistose, di Filiasi, Freda, Celentani e Bruno. Dopo il 1806 la presenza abruzzese si è ridotta su non più di un terzo della terra censita, sono scomparsi del tutto le Cappelle e i locati di Lucoli, mentre tra i pugliesi, accanto alle presenze già segnalate e ulteriormente rafforzate, emergono figure del mondo delle professioni di Foggia (Bucci, Corona), negozianti come i Curato di Troia e Benedetto del Sordo di San Severo, il mercante già nobilitato La Greca, marchese di Polignano, e massari-negozianti come gli Antonellis di Foggia12.
Vent'anni dopo la situazione è di nuovo ulteriormente modificata: la presenza abruzzese ormai non supera il 12% del totale della superficie censita (e del canone corrisposto). Intanto è in corso un processo di pugliesizzazione della stessa élite armentaria abruzzese che trasferisce nell'asse economico delle aziende e spesso anche la residenza personale nel Tavoliere.
Tale processo di "conquista della terra non è un'acquisizione del tutto nuova". Ne avevano già parlato due secoli fa Galanti13 e Patini14 e più di recente, partendo dall'ottica della fiera di Foggia e dei venditori di lana, vi si è soffermato Colapietra, che segnalava la "pugliesizzazione del mondo armentario che rappresenta scrive l'elemento sociale ed ambientale più caratteristico e vistoso di fine Settecento ed uno dei fattori più determinanti della liquidazione di quel mondo"15. Né tale processo ha solo quelle caratteristiche speculative che gli attribuisce gran parte della pubblicistica abruzzese, non senza qualche ragione, a fine Settecento, e che de Salis Marchlins riprende: "I ricchi signori di Foggia sono considerati come la causa principale della diminuzione delle rendite reali del Tavoliere [] perché monopolizzano ogni anno i lotti migliori ad un prezzo bassissimo, per poi riaffittarli ad alto prezzo ai proprietari dell'Abruzzo"16.
Come abbiamo visto, il processo continua oltre la cesuazione. In molti casi tale ampliamento di attività prelude alla generalizzazione di aziende miste cerealicolo-pastorali, ma non va oltre. Gli ordinamenti colturali restano significativamente bloccati, sia pure con oscillazioni congiunturali. A metà Settecento nella locazione di Castiglione delle 800 carra di superficie complessiva meno del 50% è coperto dal seminativo17. All'interno dei quadri colturali regolati dalle norme della Dogana si registra tuttavia una certa flessibilità: alla probabile espansione della semina negli anni Sessanta, segue un nuovo ripiegamento tra gli anni Settanta ed Ottanta18.
Nell'ultimo decennio del secolo, prima Longano19, poi Giustiniani20 (che probabilmente attinge da Longano) stimano che pascolo e seminativo si equivalgono attorno al 50%, con piccole superfici a vigneto e alcune centinaia di versure a bosco. Nel catasto provvisorio infine il seminativo raggiunge solo il 45% del totale della superficie censita il che significa che solo il 21-22% è effettivamente seminato ogni anno , mentre il 53,8 è pascolo.
"Il territorio della città di Foggia addetto ad uso della semina si leggeva in una memoria in materia di annona di qualche anno prima è molto angusto allo stato attuale della sua popolazione"21 tanto che attorno all'annona scoppiano frequenti conflitti nella città.
La maggiore libertà nell'uso della terra dopo la censuazione non determina rilevanti mutamenti nel rapporto pascolo-seminativo, ed anche la deroga al rinnovato blocco, a tutela del pascolo, disposto dalla legge sul Tavoliere del 1817, sarà qui poco utilizzata.
L'élite cittadina quale che sia la destinazione colturale della proprietà fondiaria si è quasi del tutto "terrierizzata", ma non ha acquistato, come si è accennato, la propensione all'innovazione che palesano altre realtà vicine. "L'agricoltura foggiana resta ancora quasi qual'era", scriverà negli anni Settanta Galileo Pallotta, riprendendo quanto aveva affermato con toni non dissimili più di vent'anni prima. Nell'"ostinata condotta della maggior parte dei possessori territoriali, meno un piccolo numero", egli vedrà la conseguenza "della mancanza del bisogno (di) essere o divenire agricoltore"22, consentito dall'espansione burocratica e terziaria della città, dalla crescita delle professioni liberali, forse anche in termini di status.
Il commercio sembra ormai un settore del tutto secondario nonostante l'enfasi ripetuta sull'affluenza della Fiera, sempre più estranea alla città23 tanto che il prefetto Scelsi nella Capitanata postunitaria scossa dalla "potenza del vapore", collegata al nord Italia dalla ferrovia Adriatica, potrà con compiacimento notare che alcuni "proprietari ed industrianti" anche di Foggia, "han preso a spingersi con buonissimi auspici nella via del commercio"24. Una funzione così tipica la mercatura sarà perciò riappresa, ma solo per un breve tratto: le opportunità legate alla crescita dimensionale e funzionale della città, i nuovi sconvolgimenti del mercato nazionale ed internazionale, le non mediocri fortune della rendita daranno poco respiro alle funzioni commerciali25.
1 - G. Calvanese, Memorie per la città di Foggia in Biblioteca Provinciale di Foggia, Manoscritti, 20, c. 12 v. Alcuni dei temi di questo contributo, sono presenti, in altro contesto, nel nostro saggio L'articolazione socio-professionale tra Sette e Ottocento, in Storia di Foggia in età moderna, a cura di Saverio Russo, Bari, 1992, pp. 155-185.
2 - F. Longano, Viaggio per la Capitanata, a cura di Renato Lalli, Campobasso, 1981, p. 63. Sulla città vista dagli altri, cfr. anche il contributo di A. Ventura, Fuggi da Foggia, in "La Capitanata", a. XXIV, luglio-dic. '87, p. II, pp. 165-177.
3 - G. M. Galanti, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura di Franca Assante e Domenico Demarco, vol. II, Napoli, 1969, pp. 536-9.
4 - L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, t. IV, rist. anast. Bologna, 1969, p. 302.
5 - M. Manicone, La fisica appula, t. IV, Napoli, 1807, p. 55.
6 - G. Ceva Grimaldi, Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d'Otranto nell'anno 1818, Napoli, 1821, p. 16.
7 - P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, a cura di Nino Cortese, Napoli, 1951, p. 338.
8 - G. Del Re, Descrizione topografica, fisica, economica, politica de' Reali Domini di qua dal Faro, vol. III, Napoli, 1836, p. 257.
9 - S. Russo, L'articolazione socio-professionale cit., p. 160.
10 - Ib., p. 170-5.
11 - Per il secondo Settecento, cfr. P. Macry, Mercato e società nel Regno di Napoli: commercio del grano e politica economica nel Settecento, Napoli, 1974; per il primo Ottocento, J. Davis, Società e imprenditori nel Regno borbonico (1815-60), Roma-Bari, 1979.
12 - Dobbiamo questi dati alla cortesia di Stefano d'Atri che ha svolto una impegnativa ricerca sul possesso della terra nel Tavoliere tra l'affitto sessennale e gli anni Venti dell'Ottocento. È auspicabile che questo lavoro trovi al più presto uno sbocco editoriale adeguato.
13 - G. M. Galanti, Della descrizione cit., p. 531.
14 - V. Patini, Saggio sopra il sistema della Regia Dogana della Puglia, suoi difetti e mezzi di riformarlo, Napoli, 1783, p. 157.
15 - R. Colapietra, La Fiera di Foggia dalle origini alla fine del Settecento, in Id., A. Vitulli, Foggia mercantile e la sua Fiera, Foggia, 1989, p. 164.
16 - C. U. De Salis Marchlins, Viaggio nel Regno di Napoli in M. Vocino, Alla scoperta della Daunia con viaggiatori di ogni tempo, Foggia, 1957, p. 16.
17 - Piante topografiche e geometriche delle ventitre locazioni di Agatangelo della Croce in Archivio di Stato di Foggia, Dogana, s. I, atl. 21, Ristretto delle ventitrè locazioni del Regio Tavoliere, c. 88 r.
18 - Ci permettiamo di rinviare al nostro Grano, pascolo e bosco in Capitanata tra Sette e Ottocento, Bari, 1990.
19 - F. Longano, op. cit., p. 63.
20 - L. Giustiniani, op. cit., p. 302.
21 - Archivio di Stato di Napoli, Ministero degli interni, II, inv. f. 2339 (memoriale del 14-7-1803).
22 - G. Pallotta, Miglioramento del contadino e cittadinatico della pianura pugliese, Napoli, 1879, pp. 44-5.
23 - Sulla vicenda della Fiera nell'Ottocento numerose sono le testimonianze di contemporanei. Si veda un rapido excursus in A. Vitulli, La Fiera di Foggia, dal 1800 ai giorni nostri, nelle cronache cittadine, in R. Colapietra - A. Vitulli, op. cit., p. 193-414.
24 - G. Scelsi, Statistica generale della provincia di Capitanata, Milano, 1867, p. XX.
25) Una vicenda esemplare, per certi versi analoga, ma con esiti profondamente diversi, è ricostruita per Piacenza, in A. M. Banti, Terra e denaro. Una borghesia padana dell'Ottocento, Venezia, 1989.