Pierfrancesco Rescio
Tra castelli e cinte murarie di Puglia e Basilicata: un approccio archeologico
1. Nota preliminare; 2. Il castello di Barletta e i suoi sotterranei; 3. Il castello di Canosa; 4. Gravina e Palazzo S. Gervasio; 5. Le cinte murarie (Bari, Canne, Egnazia, Balsignano, Ripacandida, Rapolla); 6. Il castello e il centro storico di Rocchetta S. Antonio.
1. La ricognizione sistematica del territorio, per risultare operativa ai fini di uno studio della cultura materiale, deve, necessariamente, confrontarsi con ricerche finalizzate, che, in Puglia e in Basilicata, non hanno una consolidata tradizione. L'articolazione fra archeologia e documento scritto può essere vista anche in termini di valutazione e strategia della campionatura, che, seppur debitorie dell'archeologia stratificata, rendono concreta quella che poteva rappresentare solo una ipotesi1.
Un primo passo verso la soluzione del problema è il cosidetto metodo di scavo, al quale va il merito di contribuire alla ricostruzione della storia economica e sociale di un sito, ma la cui analisi, però, può anche limitarsi all'indagine delle stratificazioni conservate in alzato2. Soprattutto negli edifici più antichi ed in alcuni di epoca seriore può esistere una continuità stratigrafica ed in alcuni di essi si può utilizzaere l'analisi delle tecniche costruttive.
La presente nota, di mero carattere estensivo, propone lo studio di una delle modalità in cui si è sviluppata l'edilizia storica, attribuendo, per quanto possibile, una precisa connotazione cronologica alle strutture. Il metodo di documentazione non è applicato in occasione di uno scavo, ma rivela una sua utilità in via preventiva, per un eventuale e completo restauro.
2. Il castello di Barletta, per la speciale ubicazione, vanta una colossale mole, dovuta alla ricostruzione di Carlo V, con un impianto quadrilatero e bastioni angolari, con i lati più lunghi che misurano m. 40 e quelli più brevi, perpendicolari alle cortine, di m. 14. L'inclinazione dei salienti è di 56°, lungo tutto il perimetro vi sono tre ordini di cannoniere, due a casamatta ed uno a cielo aperto3. L'ingresso, che si apre sul lato sud, porta ad un androne ad L, che reca sul muro di fronte lo stemma di Carlo V e l'iscrizione: carolvs quint / vs imperator ro / manorvm sem / per avgvstvs / mcccccxxxvii. Dall'androne si procede per la piazza d'armi di m. 35 di lato, dove sono visibili una scala, diretta al primo piano e, ad ovest, una rampa a gradoni per il trasporto del materiale bellico. Sempre nel settore est si conservano alcuni tratti di una fronte sveva, dove si aprono tre finestre ad arco acuto, due delle quali conservano nelle lunette scolpite le aquile federiciane. Partendo dal cortile, si può accedere ai vasti locali e ad una cappella, che fu parrocchia sino al 18224.
La tradizione vuole che il castello sia sorto in epoca normanna5, ma il primo documento che ne attesti la presenza è del 12026. Ampiamente documentato è, invece, l'intervento angioino, a partire dal 20 aprile 12697, così anche con gli Aragonesi nel 1458, 1465 e 14818.
I primi anni del XVI secolo, che videro la spartizione del Regno di Napoli, segnarono la ricostruzione del castello. Durante il conflitto fra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, Consalvo da Cordova, comandante delle forze spagnole, scelse Barletta come quartier generale del suo esercito9. Nel settembre 1502 la città venne cinta d'assedio dal Duca di Nemours per sette mesi, fino alla battaglia di Cerignola (1503), dove lo stesso vide la morte e la Francia subì completa disfatta. Fu dopo la Pace di Cambrai, nel 1529, che Carlo V si decise a costruire la nuova ed imponente fortezza.
Si vedrà in seguito il problema del progetto, che, comunque, fu inviato da Don Ferrante de Alarçon, castellano di Brindisi e soprintendente di tutte le fortificazioni pugliesi10.
I lavori, iniziati il 30 gennaio 1532, furono assunti dal Maestro Giovanni Filippo Terracino della Cava, il quale eseguì alcuni lavori di demolizione, fra cui quelli "de abbatter la torre vecchia della prima porta del Castello verso Trani, et per abbatter lo torrione vecchio sopra la marina11".
Il materiale costruttivo utilizzato proveniva dalle migliori cave della zona, probabilmente quelle fra Trani e Barletta quali l'Avvantaggio, del Puro e Tufare, testimoniato dall'utilizzo di martellina, martello, mazzetta, martello a penna, bocciarda, piano subbia e gradina. Non è possibile rintracciare l'uso di utensili più specializzati, ad eccezione che dettagli ornamentali e per l'importanza di particolari ambienti, che, nel nostro caso, hanno solo carattere militare.
Tra il 1532 e il 1537 vi fu una prima fase dei lavori, mirati al rinforzo dello spigolo sudest, esterno alla città, mentre dal 1552 al 1559 si desume una massa di opere imponente, che comprende il completamento del bastione sudest (detto della Nunziata) inclusa la merlatura, le cortine di raccordo est, nord ed ovest, i due bastioni di nordest (di S. Antonio, poi S. Giacomo), di nordovest (di S. Vincenzo), completi di parapetto ma non delle merlature nell'ultimo ordine, il bastione di sudovest (di S. Maria), i sotterranei dei lati nord ed ovest, due grandi cisterne nel cortile e il nuovo ingresso posto sul lato sud. Seguirono i lavori datati 15591570, nei quali si eseguono pavimentazioni al primo piano del lato ovest e la grande scala del cortile; nel 1564 si lavora nell'ala nord. Nel 15811582 si costruisce il primo piano del lato sud e la gradonata est, e si prosegue la cortina interna ovest; nel 15851586 si completano la coperture dei bastioni di S. Antonio e di S. Vincenzo; nel 1595 si scava il fossato, che, nel 1597, raggiungerà la punta della Nunziata12.
Nel 1622 Filippo IV fa realizzare il laboratorio degli artificieri, sul terrazzo ovest, con una fascia disposta lungo la facciata che reca la scritta: questa opera si è fatta per ordine de sua maestà a.d.m. 62213.
Altri lavori furono eseguiti nel 1754, nel 1758 la cappella, per tutto il XIX secolo il castello perse importanza, fino a quando, nel 1876, il Comune di Barletta lo acquistò all'asta per 30.100 lire.
Descritta sommariamenta la storia di questa grandiosa fortezza, l'attenzione va concentrata, dopo alcune esplorazioni, nel settore occidentale, dove i sotterranei non hanno subito ancora un intervento di restauro, se non il completo svuotamento degli ambienti. La mancanza di deposito archeologico ha permesso di registrare solo eventuali fasi costruttive e le caratteristiche tecniche delle murature, utili alla comprensione di una strategia della campionatura nel centro urbano. È interessante notare che tale settore fu costruito in soli sette anni, un periodo che si trasforma quasi in cronologia assoluta. Pur rimanendo alla sola disposizione dei conci e alla segnalazione delle preesistenze, è obbligatorio un accenno al legante impiegato. I campioni, analizzati macroscopicamente, provengono dalla volta del vano 123, di colore giallobeige con inclusi sabbiosi e particelle calcaree, grana fine e setacciata. L'intonaco, lisciato con un attrezzo piatto, ha grana bianca, finissima, con piccoli inclusi di carbone. Dal vano 122 proviene un altro campione, risultato dal riempimento di una volta a botte, costituito da malta, poco mescolata, di pietre calcaree, tufina e sabbia in piccole percentuali. Un ultimo esemplare, associato a tegole con ingobbio chiaro e argilla rossa con margini arrotondati e scanalati, è stato campionato nel vano di guardia al bastione di S. Vincenzo, molto compatto, difficile alla scalfittura. Tale durezza è superiore a quella degli altri leganti descritti.
Analizzando per vani:
127 (402). Corsi suborrizontali, raddoppiati con pietre di piccolo taglio. Modulo circa cm. 80. Pietre di grosso taglio in due corsi alternati con un filare prima dell'imposta della volta. Martellina.
127 (403). Corsi orizzontali. Nella parte inferiore utilizzo di pietre grezze. Quattro letti di posa. Martellina. Accenno di arco a destra.
126 (407). Tomba. Profonda circa cm.7 dal piano di calpestio dello stesso vano 126. 0rientata su di un asse ovestest. Largh. m. 0,70; lungh. m. 2,10. Sono visibili all'interno tre lastre calcaree per l'appoggio della bara. Costruita in trincea, è costituita da pietre piatte di sfaldamento. È probabile un suo utilizzo come colatoio, il cui terminus post quem può essere il XV sec., mentre fu dismesso nel 1552. Può essere pertinente ad una preesistente area necropolare.
126 (412). Corsi suborizzontali con inzeppature. Conci lavorati a martellina. Raro l'uso del laterizio.
126125 (ingresso 411). Cantonali lavorati a bocciarda. Sono seriori all'intervento del XVI secolo.
125 (413414). Accenno di volta,formato da conci squadrati e giunti stilati. Modulo cm. 82. Lavoro con gradina. Campioni di legante e intonaco.
124 (425). Corsi suborizzontali, squadrati, con inzeppature. Giunti non stilati. Modulo cm. 80. Lavorati a martellina e piano. Sono visibili alcune modifiche nei letti di posa e soprattutto negli allineamenti verticali che potrebbero far supporre un primo progetto di uscita.
124 (429). Corsi suborizzontali, non perfettamente squadrati, a volte raddoppiati con piccole lastre. Stilatura dei giunti. Modulo cm. 90. È ammorsato ad un muro, 428, distrutto, preesistente.
123. Grande vano con volta a botte in tufo, con molti interventi nella copertura che doveva essere diversa. All'esterno del castello (fossato ovest, cortina fra i bastioni di S. Vincenzo e di S. Maria) e nel cortile interno sono visibili modifiche negli attacchi verticali. La volta del vano s'imposta su di un'alta risega di fondazione che si appoggia su un muro preesistente con una fila di pietre oblique poste di piatto, e con un'altra arcata ribassata. La copertura in tufo ha subito l'apertura volgente nel vano 118 e poggia sull'USM 435, costituita da cinque corsi di pietre lunghe cm. 60 e cm. 20 (altezza totale, corrispondente al modulo, cm. 8890). Sul rinfianco della volta è presente un riempimento che mostra la sua natura seriore.
123 (434). Struttura muraria con corsi perfettamente squadrati e poi bugnati. Modulo cm.112. Si tratta di una superfetazione databile al XVIII secolo.
123 (435). Cinque corsi regolari di pietra con funzione di volta a botte. Modulo, corrispondente all'altezza totale, cm. 92.
122 (440). Scala ricavata in muri, con conci perfettamente squadrati con andamento regolare e orizzontale.Lavorati a martellina .
116 (448). Muro in tufo dell'imbarcadero, degradato da fenomeni meteorici. Funzioni di sostegno alla volta a botte, anch'essa in tufo, USM 449.
115 (459). Muro con otto letti di posa orizzontali, con un minimo di due corsi ed un massimo di dieci. Modulo cm.121. Gli si appoggia una volta in tufo con quattro fori per travature.
114. Vano che unisce i due bastioni di S. Vincenzo e di S. Giacomo (già S. Antonio).
114 (469). Bucatura ("batteria traditore"), con elemento di reimpiego lavorato con gradina. È una semicolonnina con tre foglie scolpite in bassorilievo, pertinente ad una finestra e perciò di un elemento esterno.
471. Corridoio che conduce al bastione di San Vincenzo, costruito con i primi cinque corsi in calcare compatto, mentre quelli superiori sono in tufo; il che dimostra la necessità di alleggerire i riempimenti nell'ispessimento delle strutture. In quest'area sono stati raccolti dei campioni di tegole in argilla rossoarancio e beige sotto ingobbio paglierino, pertinenti alle coperture di strutture preesistenti. Il tipo di tegola poi, con leggere scanalature ai lati, è abbastanza comune nel territorio di Barletta e si trova impiegato anche nella torre a mare in loc. Falce del Viaggio14.In effetti non si è mai trovata una congruenza stringente fra i due siti di Barletta, il cui castello mostra i suoi singolari bastioni con il doppio ordine di casamatte e cannoniere, con doppia modanatura e scarpa lavorata a bugnato.
Vi sono altresì delle somiglianze con il castello di Copertino, con pianta quadrata e circostante fossato, la cui realizzazione si deve ad Evangelista Menga, su incarico di Alfonso Castriota, che munì di ventitrè torrioni le mura di Copertino15.
È vero che i bastioni di Barletta sono successivi al castello di Copertino, ma le affinità con il bastione lanceolato del castello di Trani, e cioè la doppia modanatura e la disposizione delle cannoniere, dimostrano che queste fortificazioni del nord barese sono associabili ad un lavoro di ateliers specializzati, che hanno i primordi nel costruttore di terrazzamenti divenuto poi artigiano. Essi infine operarono, nel settore occidentale, in una zona occupata certamente da una necropoli databile al XIVXV secolo16.
3. In un territorio che può essere anche vasto il castello perviene ad una valenza strategicamente importante. L'insediamento castellare assume nelle forme architettoniche un'icnografia varia ed unica. Questa però viene a volte considerata avulsa dal contesto archeologico e ciò comporta una lettura ostacolata se non fuorviante. Un esempio a dir poco quasi completamente trascurato è il castello di Canosa, posto sulla principale collina della città chiamata "dei Quaranta Martiri", a circa m. l42,50 s.l.m., a guardia dell'Adriatico, del Gargano, del Vulture e della valle dell'Ofanto.
L'edificio è allo stato di rudere, ma è interessante notare l'imponenza delle torri, che fecero impressione anche a SaintNon nel suo viaggio17,nelle cui rappresentazioni sono visibili una torre centrale più alta e un suggestivo complesso di strutture massicce. Sebbene siano ancora in piedi sei torri18 raccordate da una cortina muraria a grossi blocchi estesa complessivamente 2.000 mq., la fortezza è probabilmente un nucleo di una struttura più articolata. Intorno ai primi anni del XX secolo si poteva notare un'altra cinta più avanzata ed in opera poligonale, in connessione con i camminamenti a protezione di una scarpa del castello19. Mentre di questa si può anche pensare ad una certa anteriorità, data la sua posizione sull'acropoli preclassica, i ritrovamenti casuali di ceramica medievale sul versante prospiciente la valle ofantina, in particolare:
a) una coppa con piede ad anello decorata con uccello palustre in bruno, giallo e verde ramina;
b) una coppa a piede distinto decorata in rosso, verde e bruno manganese, al cui centro è raffigurato un volto di donna con una coiffure a cornes, un'acconciatura tipicamente francese20, sotto rivestimento stannifero21, datano la frequentazione alla fine del XIII secolo e agli inizi del successivo, periodo questo in cui sono registrati interventi condotti da Pietro d'Angicourt nel 1271 e negli anni successivi22. Dai Registri Angioini sappiamo che la fortezza ospitò un certo numero di armamentario e vettovaglie23 e possedeva un forno, un ponte di accesso e due cisterne24. Le torri, con il loro evidente stato di usura, con i blocchi di carparo e calcare di reimpiego, non possono che essere sveve. Il degrado e l'abbandono, però, sono certamente dovuti alla ventilazione della collina, totalmente sfavorevoli per una struttura palaziale.
4. Più circostanziabile è la datazione del castello di Gravina di Puglia, situato in aperta campagna a nord della stazione ferroviaria. Conservato per una lunghezza di m. 29,50x58,50 solo nelle pareti perimetrali, è un rettangolo rinforzato sulla cortina ovest da tre torri "false", apparentemente prive di funzione come l'unica posta ad est, che rendono l'aspetto del castello più severo e più ampio. Esso comprendeva due piani realizzati con blocchi regolari di calzarenite e lunghi finestroni con arco a pieno centro, tipici di una dimora di caccia (nel 1307 è nominata una sala dei falconi) ed era organizzato all'interno in un cortile stretto ed allungato25, su un modello che, secondo Vasari, fu attribuito all'architetto e scultore Fuccio, nel 123126. Lo svuotamento di alcuni settori ha mostrato e disperso materiale archeologico ritenuto di scarso valore durante i restauri27. Può dirsi che di questo castello si è conservato solo il necessario, senza, tuttavia, che ne siano stati studiati i rapporti stratigrafici; come il castello di Palazzo San Gervasio, invece, che ha subito la medesima sorte, ma che consente una futura possibilità di recupero. Posto su una collina a 500 metri di altitudine è noto a partire dal XIII secolo quando gli Angioini trasformano il palazzo e le difese di San Gervasio per l'allevamento dei cavalli28. Di forma grosso modo quadrata, presenta un ingresso moderno attraverso cui, tramite uno stretto corridoio, si giunge al cortile centrale, che offre poco per una lettura completa del complesso più antico. Il lato nord, invece, oltre a far notare le diverse tecniche ed alcuni tamponamenti, è rinforzato da due torri angolari definite da cantonali in pietra calcarea che fanno pensare a stringenti confronti con il castello di Sant'Agata di Puglia.
5. Lo stato di trascuratezza, nella quale versano le cinte urbane, denota l'assoluta mancanza di una finalità, cui prima erano destinate. Si consideri però, un problema essenziale, quale il loro stato di conservazione e l'affidabilità stratigrafica che si può ricavare. A Bari, dove non è possibile seguire un criterio di analisi, se non di tipo occasionale, si verifica che, in una parte delle mura, viene ricavato un percorso interno, sul tratto che porta da via Venezia verso il cosiddetto Fortino di S. Antonio29; mentre a Bitonto e a Polignano vi insistono, sempre nei limiti del centro storico, scale di accesso a piccole piazze sopraelevate, cui fanno riferimento alte torri, che si protendono verso l'esterno della cinta, con funzione di bastioni.
Se, però, si dovesse effettuare una ricerca finalizzata alle tecniche costruttive si dovrebbe premettere che non esiste alcun lavoro utile ad indicarci un aspetto od un elemento base per una classificazione delle aree sottoposte ad esame.
Tra i siti più antichi per i quali si può intraprendere uno scavo archeologico utile per comprendere tecniche costruttive "transizionali", cioè distinte da quelle bizantine, normanne, sveve e poi angioine gli abitati di Canne ed Egnazia, poichè abbandonati in antico, ci offrono uno spunto interessante. Si tratta davvero di due siti imponenti: Canne collegata con la via Traiana e, lungo la sponda orientale dell'Ofanto, con la via VenusiumCanosa-Aufidum e attraversata da un'altra strada per Barletta con una direzione sudnord sull'altopiano collinare, rioccupata dai Bizantini nel 542 durante il conflitto grecogotico, fu coinvolta direttamente negli scontri del 546547, che ne provocarono un abbandono in massa30. Il fenomeno forse non ebbe un effetto immediato, se è vero che le strutture emerse durante gli ultimi decenni mostrano abitazioni alto e bassomedievali. Esse sono, a loro volta, circondate da un'imponente muratura realizzata con blocchi locali posti di testa e di taglio, alternati ed aggettanti come in un ordito a bugnato,unita ad un rifacimento di corsi calcarei con modulo di m. 0,70. A nord è presente una fortezza, che, stando alle fonti, è di età aragonese31, ma una carta dell'852 parla della donazione di Gontario, abate di S. Modesto in Benevento, di una casa con la restante substantia, che cernitur iuxta eundem castellum, nello stesso luogo32.
La survey, concentratasi sull'abitato di Cannae, ha dimostrato che il castello non è tutto aragonese e che alcune sue strutture, come le coperture in opus spicatum e le mura addossate alle abitazioni, sono certamente più antiche. Lo stesso può dirsi del "castello", posto sul fianco sud dell'acropoli di Egnazia, dove si è formato un accumulo dei resti dell'insediamento su una piattaforma rocciosa, con abbondanti tracce di opere edilizie classiche e medievali.
Con un'estensione di circa mq. 272, lungo la statale 379 per Brindisi, la costruzione quadrangolare (m. 25x25), in blocchi isodomi e con torri angolari sul lato sud, presenta un'apertura sul lato settentrionale ed una porta sul lato orientale. I due soli saggi di scavo effettuati sull'acropoli hanno attestato una stratificazione postclassica complessiva di m. 0,53, di cui l'ultima fase può essere ascritta al periodo primoangioino33; tuttavia considerazioni di carattere icnografico e costruttivo inducono a ritenere che si tratti di un castello del XXI secolo, cioè precedente all'invasione normanna e certamente di tipologia bizantina.
Non risulta che altre strutture così importanti, e soprattutto così antiche e riferibili all'altomedioevo, siano così ottimamente conservate. Un dato certo è che, ad esse, si sono sovrapposti altri elementi in un periodo durante il quale i siti non erano ancora del tutto abbandonati e, quindi, ancora in funzione. Il medesimo fenomeno, su scala pianificata, è documentato ad Altamura, dove il governatore Sparano, rinforzò l'apparato difensivo, il cui primo impianto era di età preclassica34.
In un casale abbandonato presso Bari, Balsignano, a circa 3 km. da Modugno, è presente un complesso di costruzioni, testimoniato da una serie discreta di documenti. La prima fonte, riportata nel "Codice Diplomatico Pugliese" lo disegna come locus che ha nel suo tenimento varie talie, ossia piantate di olivi, peri, amarene, termiti e calabrici. È anche presente un castellutzo de ipsi dalmatini che ha fatto pensare ad una sua origine orientale, ma il toponimo, Basilinianum, deriva dal prediale Basilius: nel documento35, dove il barese Theofilactus dichiara la sua proprietà nella divisione dei beni stabili fatta con i fratelli Mauro e Niceforo, si parla anche di una via antica e di una viuzza (stricta). Il casale è nuovamente citato nel 1092, quando il duca Ruggero, figlio di Roberto il Guiscardo e Adele, lo dona, con tutte le sue pertinenze, alla Badia di S. Lorenzo di Aversa36. Questo documento dimostra che per un certo periodo il borgo doveva trovarsi nelle influenze benedettine di Aversa, ma già, alla fine del XIII secolo, è in concessione a vari signorotti, con un canone annuo che varia dalle 25 alle 50 once.
Nel 1292 vi troviamo Ruggero della Marra;dopo il 1311 vi fu un nuovo contratto con il barese Goffredo da Montefuscolo. Nel 1342 fu concesso per cinque anni al nobile Amerucio de Ferraris, parente di Carlo da Durazzo. A questi successe Franco de Carofilio, il quale, nelle contese tra il ramo napoletano e quello ungherese della famiglia angioina, parteggiò per quello ungherese, restando sconfitto. In questo periodo il castello risulta munitissimo e i napoletani riuscirono ad occuparlo solo con l'inganno e lo concessero a Giovanni di Carbonara. Con la la pace del 1352 Franco de Carofilio riprende il possesso del casale, ottenendo di pagare un canone dimezzato per poter restaurare le fortificazioni danneggiate37.
Percorrendo le mura, dall'esterno sino al settore ovest e sudovest, è possibile individuare i resti meglio conservati. Si tratta di torri quadrate che aggettano dalle mura, tagliate nella parte superiore e coeve con le cortine di raccordo. I corsi sono più o meno regolari in pietra calcarea locale, lavorati a martellina e martello a penna, a volte raddoppiati, costituenti filari grosso modo alternati con andamento perfettamente orizzontale; il modulo è di circa cm. 60; il riempimento a sacco e la malta compatta.
Lungo i muri, dove si è conservata l'altezza originaria, sono presenti dei camminamenti, i cui accessi, realizzati con scale, sono visibili nel paramento interno e per tutto lo spessore delle cortine. La cinta mostra chiaramente un restauro localizzato nel settore est dove si trova la chiesa di S. Felice, a cupola in asse e a croce contratta (primi del XII sec.) evidenziato dall'avanzamento della cortina e da un allineamento di feritoie strombate verso l'interno, ascrivibile ai secoli XIIIXIV, ovvero proprio al restauro di Franco de Carofilio38.
Proseguendo, uguale approccio metodologico va utilizzato nello studio delle cinte urbane. Poiché non si può trascurare che la loro funzione fu essenzialmente difensiva, e perciò anche cittadina, non è possibile una datazione se questa non è correlata alle strutture abitative connesse. E perché ciò possa verificarsi, è bene considerare i centri urbani che hanno subito poche manomissioni o che hanno conservato caratteristiche tali che possano dirsi datanti. Nei casi precedenti si è trattato di siti abbandonati pluristratificati, ma resta, comunque, il problema di discuterli in contesti ancora frequentati.
L'area dove si può dare inizio a una ricerca preliminare non comprende, o non ancora, gli abitati di pianura, bensì quelli d'altura. Non si tratta di evidenze più marcate, ma piuttosto di constatazione che deriva dagli impianti urbanistici che, nell'ultimo caso, si sviluppano non per sovrapposizione aggiungerei stratigrafica , ma per ampliamento a "gradoni".
Così a Ripacandida,menzionata nel Catalogus Baronum39, il circuito viario si protende per tornanti, mentre, pur essendo naturalmente difeso, il paese viene rinforzato nei fianchi franosi da torribastioni a pianta quadrata. Non vi sono, in questo e nel caso di Forenza, sul Vulture40, differenziazioni fra struttura abitativa e difensiva, poiché è la natura insediativa a renderle complementari. E siccome questo tipo di impianto rende alquanto difficoltosa una lettura archeologica per i difficili accessi e per il materiale utilizzato nelle trasformazioni funzionali successive, è necessario un ulteriore passo che si leghi ad una stratigrafia comparata.
Sul ciglio dello sperone occidentale della collina di Fiorentino, luogo dove si ritiene sia deceduto Federico II, si conserva un muro, per un'altezza massima di m. 5, riempito di pietre calcaree sbozzate con una malta biancastra. Sul declivio forma una scarpata che può essere indice di un intervento seriore41, e forma una struttura non isolata dal castello, anzi lo circonda sull'acclività naturale, rendendolo difendibile. Certo è che, tra le cinte murarie, solitamente cinquecentesche, quelle di S. Agata di Puglia e di Rapolla sono più antiche. Esse sono realizzate con un doppio paramento di corsi regolari, non perfettamente squadrati, a volte con lastre di sfaldamento poste come listelli e non come inzeppature. In particolare a S. Agata di Puglia sono visitabili, nell'area antistante il castello42, i ruderi di una delle torri, realizzata con una copertura a cupola e due finestre diametralmente opposte ed ubicate nei fianchi, a difesa delle cortine di raccordo. Non appare che si possa escludere che tale sistema sia stato costruito prima del castello e, comunque, non è di tipologia bizantina, ma normanna43.
Sempre per affinità tecniche, ma più difficilmente ricostruibili, si deve procedere per la cinta normanna di Rapolla, la cui attribuzione all'XI, ma più allo scorcio finale dell'XII secolo, tiene conto dell'intera organizzazione urbana, della sua origine ed evoluzione.
Rapolla è un paese ubicato a 439 metri sulle falde nord-orientali del Vulture. Di origini incerte, il suo toponimo pare derivi dal lucano rappa, con il significato di 'spina' o 'luogo di spine; il significato di rappa in latino è, invece, 'località coltivata a vigneto', attività nota nel territorio. Diversamente Alessio la fa derivare da rapulla, diminutivo di rapula, 'ravanello'44. Comunque sia, il dato del toponimo non indica certo l'antichità della zona, anzi, sembra che anche questo possa svantaggiare chi si ostini a credere ad una presenza umana dal passato glorioso45. I più antichi ritrovamenti fanno riferimento ad un popolamento sparso fra tardoantico ed altomedioevo (il sarcofago microasiatico trovato in località Albero in Piano, ora al Museo Nazionale di Melfi; sul bordo del Lago Rendina le tracce di una villa dai muri in opus incertum; mura romane presso la stazione ferroviaria), ma dati più sicuri provengono da una bolla di papa Giovanni XX datata 14 luglio 1028, e da un'altra bolla di Urbano II del 1089, dove pare che la diocesi di Rapolla fosse subentrata a quella di Cisterna, che nel secondo documento non viene più menzionata46.
Rivedendo inoltre la cronotassi episcopale, questa inizia con Oddone, mentre per Ughelli è Orso, anno 1079 mense Julio47, quello stesso che vedremo trasferito sulla cattedra arcivescovile di Bari in ruolo di stretta collaborazione con Roberto il Guiscardo48. Seguono tra i vescovi un Giovanni nel 1092, un anonimo presente a Trani in occasione della traslazione delle reliquie di San Nicola Pellegrino ed un altro anonimo sotto il pontificato di Innocenzo III49. Nel periodo in cui si succedono i quattro vescovi è probabile che la città fosse considerata una piccola roccaforte preesistente alla diocesi di Oddone, come tenderebbe a dimostrare un documento, falso, del 967, dove un Pandolfo si dichiara signore di Conza e Rapolla50. Sebbene altre argomentazioni facciano ritenere che l'estensione della diocesi sia stata indice di ricchezza, in effetti il Catalogus Baronum fa desumere che la consistenza patrimoniale del feudo, nelle persone di Lisiardo, Sanson e Guidone fosse davvero misera51. Di certo la penuria delle fonti scritte lascia intravvedere che il popolamento medievale fosse avvenuto in un tempo dilatato e per opera di monaci italo-greci e non, come riporta Ughelli, per il conflitto fra Normanni e Bizantini52.
La pianta di Rapolla mostra chiaramente uno sviluppo urbanistico che ha seguìto le regole degli insediamenti d'altura, e, tra i resti monumentali, le mura segnano un elemento ormai in estinzione.
Da una veduta di Pacichelli notiamo la posizione anomala che la chiesa di Santa Lucia presenta. Di impianto basilicale con corpo longitudinale, sul quale si ammorsano due transetti non sporgenti coperti da volta a botte e cupole, richiama episodi ciprioti quali le chiese di San Lazzaro a Larnaca e di San Barnaba presso Famagosta. Lo stile indusse Giustino Fortunato a ritenere che la chiesa fosse sorta durante la dominazione bizantina (1027-1042), mentre venne eretta in età normanna e non fu, come ancora si crede, sede del vescovo di Rapolla, poichè un'altra chiesa sorgeva nel luogo dell'attuale chiesa Cattedrale)53. Tutto concorre, quindi, nel datare le fortificazioni di Rapolla, consistenti in un tratto di muro che unisce due bastioni, con andamento da nord ad est, a protezione dell'antico episcopio e del castello di cui si ha solo la memoria54. Pertanto è solo possibile affermare che, anche in questo caso, castelli e mura, sebbene differenti, offrono potenzialità d'indagine notevoli e se non altro importanti. Ed, in effetti, è solo il centro urbano a contenere i limiti cronologici, limiti che devono essere descritti per tecniche e non per periodi, vaghi e privi di ogni contesto.
6. Durante l'esplorazione del territorio di Rocchetta Sant'Antonio, in provincia di Foggia, mi sono imbattuto in un complesso singolare costituito dal castello e dal centro storico di questo paese, posto a circa 633 metri sul livello del mare e a metà strada fra Sant'Agata di Puglia (FG) e Lacedonia (AV)55. Prima di esporre i risultati di questa ricerca, è utile premettere una descrizione dell'insediamento alla luce della survey svoltasi nell'aprile-maggio 1994: a partire dal neolitico superiore si documenta in tutta la zona una serie di insediamenti sparsi, del bronzo, classici e tardoromani, in una sovrapposizione senza soluzione di continuità sino all'altomedioevo. Quasi tutte le aree archeologiche sono inedite e sono poste su alture e lì dove la presenza dell'acqua è costante e perenne56.
Certamente la natura degli stanziamenti è completamente trasformata: tracce di antichi boschi si trovano a nord e a sud, presso Melfi, che è a breve distanza, depositi archeologici spostati per riporto meccanico, dovuto a lavori agricoli; ma cosa avvenne prima di questo recentissimo radicale cambiamento, lo si può intravvedere rileggendo un discreto numero di documenti dell'Abbazia di Cava57.
Nel 1087 Gaitelgrima, figlia di Roberto il Guiscardo, dona all'Abbazia il monastero e il casale di S. Stefano in Giuncarico, le cui vigne si trovano intra Laquedonia et Rocce, evento "da cui si ricava senza ombra di dubbio che già esisteva allora la Rocca di Sant'Antimo"58, che divenne ancora di più centro autonomo e insediamento stabile quando si verificò uno spostamento della popolazione verso la vicina altura, secondo il tipico processo di incastellamento pugliese e lucano.
Dopo un lento ma efficace accentramento sino al XIII secolo, si registrano, con l'età angioina, crisi demografiche che si concludono con lo spopolamento delle campagne, dovuto all'eccessivo fiscalismo, richiesto dalla politica espansionistica di Carlo I e della guerra del Vespro59. La nuova crescita demografica non viene solamente descritta nei documenti, ma è anche rappresentata in un castello che per le sue forme originali merita la dovuta attenzione.
Sebbene in una posizione decentrata, esso è ben inserito nel centro storico di Rocchetta, che, come indica il toponimo stesso, denominava una struttura fortificata, i cui ruderi si trovano sulla parte sommitale del paese. Già riconosciuta come tale dal cronista locale Giovanni Gentile60, è, in effetti una costruzione almeno asincrona, in quanto realizzata in pietra calcarea bianca, diversamente da tutti i restanti edifici, i cui blocchi provengono da cave in loco. Del nucleo più antico della fortificazione restano una torre disposta nel mezzo del declivio, che va da via Castelvecchio a largo Cisterna, composta da conci regolari, lavorati a martellina con modulo di cm. 5860, ed una cortina che presenta degrado e tracce di spoliazione. Entrambi sono composti di un doppio paramento e da una malta biancastra o grigia con inclusi calcarei, mentre le altre cortine addossatevisi hanno una fattura diversa, irregolare, con conci di colore scuro e perciò seriori.
Il centro storico di Rocchetta non ha solo la peculiarità di possedere un edificio in pietra calcarea che non è del luogo, e che per sua icnografia può essere databile all'XIXII secolo, ma è suddiviso nella parte più alta, che è detta "Cittadella", delimitata a sud da un dirupo e quindi ben difesa, dall'agglomerato a nord-ovest, detto "Lampione" e, a sud-est, dalle case del borgo "Pescaredda". È probabile che l'abitato originario si dovesse estendere proprio nella "Cittadella" e "Lampione" perché, anche qui, come in altre località d'altura, le strade principali formano dei semicerchi concentrici il cui fuoco, è proprio nel castello vecchio. Non è da escludere che si fosse sviluppato anche un altro insediamento, a prosecuzione del "Lampione", nella collina di San Pietro, dove, alla fine del XIX secolo, si notavano ancora i resti di una cappella dedicata al Santo: una prima esplorazione ha registrato, per ora, una grotta, forse preistorica, dove è depositato materiale proveniente dallo svuotamento degli ossari posti sotto la Chiesa Madre, dedicata all'Assunta, prodotti prima e dopo la peste del 1837.
Il terzo nucleo, "Pescaredda" (cioè "roccia affiorante"), secondo la tradizione venne formandosi dopo la costruzione dell'attuale castello. Questo, sullo stesso dirupo della "Cittadella" e posto al limite della stessa, è più variamente articolato del castello antico. È a pianta triangolare, ma con il puntone a mandorla più elevato e coronato da mensole.
La facciata principale ha un solo ingresso, sormontato da uno stemma che raffigura uno scudo diviso in sei bande, dove, tra la quarta e la quinta, vi è un leone rampante e la scritta:
ladislaus de aquino iunior
baronie cripte dominus cum oppi
dum hoc rochecte mercatus
esset arcem hanc ere suo a fun
damendis construi iussit
salutis anno mcccccuii.
Lo stemma è a sua volta affiancato da due incassi dove poteva alloggiare la catena del ponte levatoio.
Il castello è perfettamente organizzato in due ale distinte: il puntone a mandorla conserva al suo interno due casamatte a cupola intercomunicanti tramite una scala, che corre lungo lo spessore del muro e presenta, sulla parte superiore, una ricostruzione del XVIIIXIX secolo in blocchi calcarei bianchi, forse di spoglio; gli altri due puntoni e l'ambiente centrale, cui si accede tramite il vano vicino all'ingresso dove è presente un pozzo originale, hanno carattere per lo più residenziale (evidenziato dalle balconate, che però sembrano essere successive, del XIX secolo), e sembrano costruiti in un secondo momento, ma sempre prima del 1507. Sulla facciata, infatti, si nota un leggero cambiamento della costruzione, che nel puntone coronato e su tutto l'ordine inferiore, delimitato dal cordone marcapiano, ha blocchi regolari disposti sul lato più lungo, mentre per l'altra parte si nota, tramite una linea verticale spezzata, che seguono dei blocchi leggermente più piccoli, dove si alternano, lungo tutto il secondo ordine della fabbrica, i fori per travicelli lignei.
Se non tutto il complesso, quasi certamente la sua parte più vistosa, rappresentata dal bastione a mandorla, fu realizzata dal grande architetto senese Francesco di Giorgio Martini, la cui attività e presenza è documentata a Monte Sant'Angelo, dove il castello si articola in una serie di strutture preesistenti attorno alla "Torre dei Giganti". Lo spessore dei muri (m. 3,70) e l'irregolarità della struttura di quest'ultima possono far ipotizzare una preesistenza. Parallelamente, infatti, un diploma del 979 conferma a Landolfo II, arcivescovo di Benevento, la chiesa di S. Michele "simulque cum integro ipso castello". Sulla struttura originaria, quindi, furono eretti, in età aragonese, gli antemurali e il torrione a mandorla, su un fossato scavato nella roccia largo m.11 e profondo m. 3, che presenta, in rilievo, la data 1493, inducendo ad attribuirlo a Francesco di Giorgio Martini,durante il periodo in cui intercorsero rapporti di alleanza tra il Regno di Napoli, il ducato di Urbino e la Repubblica di Siena. L'architetto senese fu amico del figlio di Re Ferdinando, Alfonso duca di Calabria, il quale, probabilmente, lo ospitò durante un pellegrinaggio al santuario micaelico61.
Nel 1491, stando ai registri forniti dall'archivio di Stato di Napoli62, furono pagati 150 ducati per la prestazione professionale di Francesco di Giorgio "per li serviti che ha prestati in lo designar et veder le fabbriche, et fortezze di questo regno"63, dal quaderno delle spese del 149091, risulta che "ad un certo Martino" furono comprate un paio di lenzuola ed una coperta presa a Barletta per l'alloggio di costui a Monte Sant'Angelo dal 25 marzo al 24 giugno 149164.
Anche Ladislao II, costruttore del castello di Rocchetta, ma sarebbe meglio dire committente, fu consigliere di Ferdinando d'Aragona, e non è improbabile che durante la visita nel Regno di Francesco di Giorgio avesse anch'egli conosciuto e chiesto al grande architetto militare di far erigere il castellopalazzo, il cui elemento bastionato ha forti affinità con quello di Carovigno65. Il raffronto fra i due mostra che in quello di Rocchetta la parte superiore è ricostrutita e quello di Carovigno non ha l'eleganza che contraddistingue l'opera dell'architetto senese66.
1 - A. Carandini, Archeologia e cultura materiale, Bari, 1979, passim; A. Moreno, Dal documento al terreno. Storia e archeologia dei sistemi agro-silvo-pastorali, Bologna, 1990, passim.
2 - G. P. Brogiolo, Archeologia dell'edilizia storica, Como, 1988.
3 - Per la descrizione della fortezza, G. Bacile di Castiglione, Castelli pugliesi, Roma, 1927, p. 73 sgg.; R. De Vita (ed.), Castelli, torri ed opere fortificate di Puglia, Bari, 19842, sub voce.
4 - Secondo Bacile di Castiglione (p. 83, nota 1) la cappella ebbe il suo ultimo restauro nel 1768. Essa conteneva molte iscrizioni sepolcrali, tra le quali quella del castellano Agnello De Mauro, morto nel 1760, di Giuseppe Mariconda, patrizio napoletano, morto nel 1736 e di Don Giovanni Castriota Scanderberg morto nel 1762.
5 - Così S. Loffredo, Storia della città di Barletta, Trani, 1893, pp. 82-88; G. Bacile di Castiglione, op. cit., p. 74; M. Grisotti, Barletta (BA). Castello, in Restauri in Puglia 1971-1983, vol. II, Fasano, 1986, p. 98.
6 - E. Sthamer, Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten. Kaiser Friedrich II. und Karl I. von Anjou (Ergänzungband II, in Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien), band II, Apulien und Basilicata, Leipzig, 1926, n. 648.
7 - Nel 1269 si decide il restauro, ma solo nel 1273 si computa la stima dei lavori. Nel 1276 iniziano i lavori ma vengono sospesi. Nel giugno dello stesso anno appare per la prima volta il nome di Petrus de Angicuria a capo dei lavori che verranno completati per il mese di agosto. Nel giugno 1277 si rinforza il castello con mura esterne e lo si correda di cappella e postierla. Nel luglio 1278 crolla il muro verso il porto e si progetta la ricostruzione; nel 1280 si cerca di completare la torre rotonda e nel 1281 si prescrive la realizzazione di una cisterna. I lavori,vengono completati solo sotto Carlo II, nel 1291.
La cinta doveva misurare m. 55,9 a ovest, m. 8,4 a nord e la metà del fianco sud m. 34,3, con una forma pseudotrapezia e quattro torri (tre angolari ed una rotonda nell'angolo sudovest). M. Grisotti, op. cit., Bari, c.s.
8 - M. Grisotti, op. cit., p. 98.
9 - T. Pedio, Napoli e Spagna nella prima metà del Cinquecento, Bari, 1971, p. 35; S. Zotta, Politica e amministrazione nel periodo spagnolo, in Storia della Puglia, II: Età moderna e contemporanea, Bari, 1970, pp. 5-26.
10 - M. Grisotti, Barletta. Il castello, Barletta, 1988.
11 - La notizia è nell'Archivio di Stato di Napoli, Sezione Finanze, inv. 3°, fascio 192; G. Bacile di Castiglione, op. cit., p. 79.
12 - La descrizione dei lavori sarà pubblicata da M. Grisotti, Il castello di Barletta, op. cit. Grisotti sostiene che l'andamento dei lavori, le cui fonti sono presso l'Archivio di Stato di Napoli, Sezione Finanze, inv. 3°, fasci 192, 193 e 194, evidenzia alcune "incertezze" di carattere difensivo, riguardanti le linee di tiro delle cannoniere e l'assenza di un ingresso al bastione di S. Maria.
13 - L'iscrizione è ancora, in parte, visibile.
14 - Cfr. P. Rescio, Stratigrafia delle fortezze federiciane dallo scavo del castello di Trani, in Archivio Storico Pugliese, 1995, in stampa.
15 - V. Pandolfino, Copertino (LE). Castello, in Restauri cit., pp. 411-416. Vi son altre affinità con altri due castelli del Salento, Lecce e Acaia. La fortezza di Lecce, iniziata sotto Carlo V e proseguita con Filippo II, di cui abbiamo anche una descrizione di Galateo nel Liber de situ Japygiae (Basilea, 1558) è datato a dopo l'aprile del 1539. La realizzazione impose la demolizione del monastero di S. Croce e della SS.ma Trinità e la richiesta di una tassa speciale (N. Vacca, Per la storia della fabbrica di S. Croce in Lecce, in Rinascenza Salentina, Lecce, XI, 1943, pp. 193-204). Il progetto è dello stesso Giacomo dell'Acaya, feudatario di Vanze, Strudà, Segine e Pisignano, militante nel 1528 contro i francesci di Lautrec, che realizzò il famoso castello di Acaia, ben inserito nelle mura datate al 1501: G. Cosi, La famiglia di Gian Giacomo dell'Acaya, in Il castello di Lecce, Galatina, 1983, pp. 81-82; M. Fagiolo - V. Cazzato, Lecce, Roma-Bari, 1984, p. 73).
Le opere messe a disposizione per realizzare il castello di Barletta provocarono certamente l'imposizione di nuove collette tra la popolazione.
16 - P. Rescio, L'apporto dell'archeologia nel restauro dei monumenti: processi deposizionali e postdeposizionali per lo studio delle camere sepolcrali tra XV e XVIII secolo, in Società e Cultura in Puglia e a Bitonto nel XVIII secolo, Bitonto, 1994, p. 392; Id., Archeologia dei sepolcri, in L. Bertoldi Lenoci (ed.), Confraternite. Cultura e Società, Fasano, 1994, p. 91.
17 - J. R. C. de Saint-Non, Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile, III, Paris, 1782, p. 17 e p. 31.
18 - Secondo le notizie fornite in R. De Vita (ed.), Castelli, torri ed opere fortificate di Puglia, Bari, 19842, s.v. "Canosa", l'ordito della parete inferiore, costruito in blocchi parallelepipedi e di reimpiego, risalgono all'epoca più antica, ma non è credibile che quei resti, a parte l'ubicazione, siano ascrivibili al tempo di Autari (584-590), anche perché la loro datazione è regolata dallo spessore delle murature. Si tratta, in sostanza, di una costruzione del XIII secolo e oltre. In effetti durante il regno di Carlo I il castello subì numerose riparazioni ad opera di Pierre d'Angicourt (vedi infra), passando poi agli Aragonesi e nel 1704 alla famiglia Capece-Minutolo, restando proprietà privata sino al 1956.
19 - Naturalmente si tratta solo di un'ipotesi di lavoro, scaturita dal materiale fotografico riportato in N. Iacobone, Canusium. Un'antica e grande città dell'Apulia, Lecce, 1925, figg. 1-2.
20 - G. Donatone, Maiolica antica di Puglia, Cava dei Tirreni, 1982, p. 17 e tav. I, a, b. Il materiale, che sarà oggetto di prossima pubblicazione, proviene da terreno dilavato sulla collina. In particolare il primo pezzo proviene da un butto in una casa adiacente al castello, mentre l'altro proviene da una tomba (?) del castello (p. 17).
21 - G. Donatone, Ceramica medievale di Canosa di Puglia, in La ceramica medievale di San Lorenzo Maggiore in Napoli, 2, Napoli, 1984, pp. 387-391.
22 - Con richieste precedenti a partire dal 1270: E. Sthamer, op. cit.,n. 714 sgg. L'Angicourt è nominato nel doc. n. 716. Nel n. 719 si parla di opere per le finestre e le porte.
23 - Id., op. cit., n. 722.
24 - Id., op. cit., n. 723-724.
25 - D. Nardone, Il castello svevo di Gravina di Puglia, in Japigia, Bari, V, 1934, pp. 19-28; C. A. Willemsen, I castelli di Federico II nell'Italia meridionale, Napoli, 1979, p. 20.
26 - D. Nardone, op. cit., p. 19.
27 - M. R. Salvatore, Ceramica medievale da alcuni restauri e recuperi in Puglia e Basilicata, in Faenza, LXVI, 1980, p. 255. L'autrice afferma che il materiale invetriato policromo proviene da un pozzo in uso sino al XVII sec.
28 - Cfr. con molti errori G. Leone, Palazzo S. Gervasio e il suo castello, Fasano 1985. Nel 1280 si decidono riparazioni (E. Sthamer, op. cit., n. 1032).
29 - Tale percorso non è neanche descritto nel volume Conoscere la città. Bari. Il castello e le mura medievali, Bari, 1988, passim, nel quale si propone anche un progetto di restauro.
30 - P. Reschio, Città altomedievali: prima valutazione dei depositi archeologici, elaborato per la cattedra di Metodologia e Tecnica dello scavo, Scuola di Specializzazione in Archeologia, Università della Basilicata, a. a. 1993/94. Relatore Prof. Paul Arthur.
31 - R. De Vita, Castelli, torri ed opere fortificate di Puglia, Bari, 19842, s. v. Canne; G. Fuzio, Castelli: tipologia e strutture, in La Puglia tra Medioevo ed Età Moderna. Città e Campagna, Milano, 1980, p. 178.
32 - R. Iorio, Canne nell'altomedioevo, in Quaderni Medievali, Bari, 10, 1980, p. 53.
33 - P. Rescio, op. cit.
34 - Sparano da Bari governò la città dal 1285 al 1294 ed utilizzò l'andamento delle mura megalitiche come basamento per le nuove strutture, che dovevano contenere la città abitata. Il circuito doveva essere più esteso di quello medievale. Tale notizia è riportata in T. Berloco (ed.), Storie inedite di Altamura, Altamura 1985, p. 56 e nota 76. L'interesse per le fortificazioni a dispetto della struttura castellare, che ha sempre funzioni anticittadine, è documentato a Bari la cui ristrutturazione delle mura costringe Carlo II nel 1283 a far interrompere i lavori. Cfr. R. Licinio, Castelli medievali. Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo I d'Angiò, Bari, 1994, p. 298.
35 - Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo greco (939-1071). A cura di F. Nitti Di Vito, Bari, 1900, doc. n. 2 (Codice Diplomatico Barese, IV).
36 - Le pergamene di S. Nicola di Bari. Periodo greco (939-1071). A cura di F. Nitti Di Vito, Bari, 1900, doc. n. 150 (Codice Diplomatico Barese, V).; Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, 1857, passim; P. Rescio, Il "castello" e le mura di Balsignano, in Fogli di Periferia, Putignano, a. V, 1993, n. 1, pp. 47-52.
37 - P. Rescio, op. cit., p. 48.
38 - Questa mia ipotesi è suffragata solo da una serie di accorgimenti architettonici differenti dalla cinta più antica.
39 - Il toponimo, assai chiaro nel suo significato (G. Arena, Territorio e termini geografici dialettali della Basilicata, Roma 1979, p. 123) potrebbe indicare un insediamento piuttosto antico. Le prime notizie risalgono appunto intorno alla metà del XII secolo. Riporto l'elenco fornito da E. Jamison (ed.), Catalogus Baronum (1154-1169), Roma, 1972, p. 45 sgg.; n. 278: "Rogerius Ma [rescalcus] tenet Ripam Candidam feudum trium militum et cum augmento / obtulit milites sex"; n. 279: "Matheus nepos presbiteri Leonis dixit quod tenet villanos quatuor et cum augmento obtulit / militem unum"; n. 280: "Robbertus Guimundi tenet villanos duos et cum augmento obtulit militem unum"; n. 281: "Joczolinus sicut inventum est tenet villanos duos et cum augmento obtulit militem unum"; n. 282: "Pantaleon nichil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 283: "Andreas Guarnerii nichil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 284: "Guillelmus frater Panteleonis nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 285: "Gregorius nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 286: "Robbertus inboldo nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 287: "Gregorius Montanarius nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 288: "Ugo filius Ugerii nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 289: "Petrus Cetilia nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; n. 290: "Guillelmus presbiteri Leonis nil tenet set pro auxilio magne expeditionis obtulit se ipsum"; p. 47: "Una sunt de Ripa Candida milites duodecim quibus debet respondere Rogerius Marescalcus". Il feudo di Ripacandida, dipendente dalla comestabulia di Tricarico, era quindi tutto nelle mani di Ruggero Marescalco, ma nel 1152, come dichiara il breve del papa Eugenio III, le sue chiese dipendevano dal vescovo di Rapolla. Esse sono San Donato, San Pietro, San Zaccaria e San Giorgio: cfr. G. Fortunato, Santa Maria di Vitalba, Trani, 1898, p. 23.
40 - Su questo ed altri insediamenti del Vulture è in preparazione una monografia.
41 - F. Piponnier - P. Beck, Il sito: edifici e topografia, in Fiorentino. Prospezioni sul territorio. Scavi (1982), Galatina, 1984, p. 22.
42 - Sul castello, R. De Vita (ed.), Castelli, torri ed opere fortificate di Puglia, Bari, 19842, sub voce.
43 - Lo storico locale Agnelli perviene alla stessa conclusione, argomentando però solo su una distinzione fra castello e strutture murarie (L. Agnelli, Cronaca di Sant'Agata, Sciacca, 1869, p. 12). In Gaufridus Malaterra, De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, in E. Pontieri (ed.), R. I. S., 2, parte I, Bologna, 1927-28, p. 60, nel 1075 il "castrum sancti Agadii" è "natura, munitione, defensalibus firmissimo". Per le origini della città e del suo territorio nell'antichità cfr. D. Donofrio Del Vecchio, Da Agdos di Pessinunte a Sant'Agata di Puglia. Alle radici della nostra storia, Bari, 1982.
44 - G. Racioppi, Origini storiche investigate nei nomi geografici della Basilicata, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Napoli, I, 1876, p. 475; G. Alessio, Lexicon etymologicum. Supplemento ai dizionari etimologici latini e romanzi, Napoli, 1976, p. 343.
45 - P. Rescio, Storia, archeologia e survey sul monte Vulture (I): nuove ricerche su Rapolla medievale, in Radici, Rionero in Vulture, 14, 1994, p. 12.
46 - F. Chiaromonte, Cenno storico sulla Chiesa Vescovile di Rapolla, Melfi 1888; Id., in Enciclopedia dell'Ecclesiastico, IV, Napoli, 1846, p. 916.
47 - F. Ughelli, Italia sacra, VII, Venezia S. Coleti, 1721, col. 879 D.
48 - Ib., col. 879 I; H. Houben, Urkundenfälschungen in Süditalien: das beispiel Venosa, in Falschungen im Mittelalter. Internationaler Kongress der Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1988, pp. 35-65; Id., Medioevo monastico meridionale, Napoli, 1987, p. 143; Id., Melfi, Venosa, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo, Atti delle Giornate (decime) giornate normanno-sveve, Bari, 1993, p. 319.
49 - Aggiunte di S. Coleti in F. Ughelli, op. cit., col. 880 A.
50 - G. Fortunato, La Badia di Monticchio, Trani, 1904, pp. 25-26: "Ego Pandolfus princeps de consia et de rapolla". Argomentazioni sul falso alle pp. 27-28.
51 - Così L. D'Amato, Note storiche su Rapolla medievale, in Radici, Rionero in Vulture, 1, 1989, p. 99, ma in effetti il Catalogus è chiaro: E. Jamison (ed.), op. cit., p. 44, n. 269: "Liardus [sic] tenet in Rapolla feudum paperrimum [sic] unius militis et cum augmento / milites duos"; n. 270: "Sanson de Rapolla tenet pauperrimum feudum unius militis et cum augmento / milites duos"; n. 271: "Guido de Rocca dixit quod tenet in Rapolla feudum unum [sic] militis et cum augmento / obtulit milites duos". Come è noto il Catalogus Baronum era un elenco della consistenza patrimoniale dei singoli feudi normanni tenuti al servitium feudale in proporzione al loro beneficium, creato in previsione della grande spedizione per opporre resistenza contro la coalizione degli imperatori Federico I Barbarossa (1152-1190) e Manuele I Comneno (1143-1180). Per milites si intendono i cavalieri messi a disposizione e per augmentum l'aggiunta in caso di estremo pericolo.
52 - P. Rescio, Storia, archeologia cit., p. 15, nota 17.
53 - Id., op. cit., p. 15.
54 - M. I. Paolino - P. Rescio, Itinerario retrospettivo tra le memorie medievali del Vulture, in Radici, Rionero in Vulture, 13, 1993, p. 111.
55 - Su queste due città, supra 43; G. Coppola - G. Muollo, Castelli medievali dell'Irpinia, Milano, 1994, pp. 80-86.
56 - Le ricerche sono state realizzate dai dottori Giuseppina Noviello, Carmelo Chitano e da chi scrive.
57 - C. Carlone, Documenti cavensi per la storia di Rocchetta S. Antonio, Altavilla Silentina, 1987, con una stimolante introduzione di Giovanni Vitolo.
58 - Id., op. cit., p. X.
59 - R. Licinio, Castelli medievali. Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo I d'Angiò, Bari, 1994, p. 272 sgg.
60 - G. Gentile, Cronistoria di Rocchetta S. Antonio, Melfi 1888, pp. 41-42: "L'antico castello in cima ad una collina coll'abitato di forma circolare, cinto da mura, con una sola porta ad oriente, inaccessibile da tutti i lati per alpestre rocce, posto in sito vantaggiosissimo alla difesa, non ci dà l'immagine di una piccola fortezza, costruita ad arte in tempi difficili e calamitosi? Di questo modesto baluardo feudale prese il nome d'origine la nostra Rocchetta. Lo additano le mura crollate sulla vetta del colle, che ancora si chiama cittadella; lo indicano i ruderi del vecchio castello ()".
61 - M. Azzarone, L'intervento di Francesco di Giorgio Martini nel castello di Monte Sant'Angelo, in Garganostudi, Monte S. Angelo, VII, 1984, p. 69.
62 - M. Azzarone, Il castello di Monte Sant'Angelo: il quaderno delle spese dei lavori negli anni 1490-91, in Garganostudi, Monte S. Angelo, X, 1987, pp. 29-50.
63 - M. Azzarone, op. cit., p. 69.
64 - M. Azzarone, op. cit., p. 43. Il documento allo studio dell'ing. Azzarone, è così intitolato: "Quaderno facto per me Antonio Jo. Visco tesorero della fabrica et fosso delo Castello di Monte Sancto Angelo decto et ordinato per lo Mag.co messer Thomaso Baroni gubernat. de la Citate de Monte Sancto Angelo contenente introyto et exito del presente anno nona indizione (1490-1491)" (Archivio di Stato di Napoli, Dipendenze della Sommaria I serie, fascio 188).
65 - R. De Vita (ed.), Castelli, torri ed opere fortificate di Puglia, Bari, 19842, sub voce.
66 - Cfr. R. Pane, Architettura del Rinascimento a Napoli, Napoli 1947, passim. Sulla vita dell'architetto senese si veda l'Introduzione di C. Maltese a F. di G. Martini, Trattati di Architettura Ingegneria e Arte Militare, I, Milano, 1967, pp. XI-LXVIII; S. Pepper - Q. Hughes, Fortification in late 15th century Italy: the treatise of Francesco di Giorgio Martini, BAR, Supplementary Series, II, 41, pp. 541-559.