Capitolo 2

IL VECCHIO PALAZZO DOGANA E  I  TERREMOTI DEL 20 MARZO E
7 MAGGIO 1731

Funesta giornata per Foggia e per tutti i quindicimila foggiani quella del martedì santo 20 marzo 1731! La città fu scossa terribilmente sin dalle fondamenta: molte case e pubblici edifici, tra cui parte della Cattedrale, rovinarono paurosamente al suolo  e la popolazione superstite corse terrorizzata senza alcun avere, attendandosi nelle campagne attorno alla città e soprattutto lungo il tratturo di Gesù e Maria e nel luogo detto Le Croci 17.
Lo stesso Presidente Governatore, marchese don Carlo Ruoti fu costretto a sistemarsi in una baracca rapidamente edificata (accanto al Monìstero di Gesù e Maria de' PP. Francescani"18. Meno fortunato di lui, l'Uditore Vincenzo Del Pezzo morì tra le macerie.
Nei giorni seguenti si ebbero scosse di minore intensità che culminarono in altro sensibile moto il 7 maggio successivo19.
Le rovine e i lutti furono tanti! E ad essi si aggiunsero i mali arrecati da tristi individui, rapidamente trasformatisi in ladri, ricattatori, strozzini, iene e sciacalli, tanto abietti da provocare l'immediata reazione dei buoni cittadini e il tempestivo intervento del Presidente Governatore20.
Tra gli edifici gravemente colpiti fu proprio il vecchio Palazzo Do gana con accesso dalla "strada maestra dì Pozzo Rotondo", come allora chiamavasi l'ultimo tratto di corso Vittorio Emanuele II verso via Arpi.
Questo vecchio edificio, probabilmente acquistato e riartato dalla Regia Dogana in tempi remoti onde dargli quella strutturazione interna rispondente alle nuove funzioni, era costituito da scantinati, piano terra, primo e second piano parziale, quest'ultimo prospiciente al vicolo deli'Annunziata
Su di esso, prima il regio ingegnere Giuseppe Stendardo, che fu in-viato a Foggia nell'aprile del 1731, e poi il suo collega Nicolò Tagliacozzi Canale 21, fecero una dettagliata relazione rilevando anche i danni causati dal tremuoto " e suggerendo i rimedi. Il primo previde una spesa di 4000 ducati per le sole riparazioni sommarie, mentre il secondo - che arrivò successivamente alla terribile scossa del 7 maggio - avendo potuto constatare gli ulteriori danni, portò l'importo della spesa preventiva a 9500 ducati.
Entrambi, tuttavia, suggerirono il rifacimento dello stabile apportando notevoli varianti.

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Una ricostruzione piuttosto precisa del vecchio Dohanal Palazzo èstata possibile sulla scorta delle predette relazioni e della pianta proposta dal Tagìiacozzi - Canale per la ricostruzione del primo piano, dopo i gravi disastri della primavera del '31. (v. tav. II).
L'edificio era costituito da murature di spessore considerevole nei cantinati e nel piano terra per resistere alle spinte degli archi e delle volte che li coprivano. Erano muri di tufi a doppia fodera, con interposta malta aerea mista a ciottoli fluviali e crosta tufacea, in parte ancora riscontrabili in quelle strutture che si sono conservate fino ai nostri giorni.
Anche le volte erano in tufi di preferenza, mentre i riquadri dei vani delle porte e delle finestre erano spesso delimitati da murature di mattoni concatenate a quelle adiacenti in tufi.
Il primo piano era coperto con solai in legno, come si usava da tempo immemorabile e come si proseguirà a fare in sede di realizzazione dei nuovo Palazzo Dogana. Il secondo, limitato alla parte centrale dell'edificio, era coperto a tetto che reggeva idoneo soffitto.
Il piano terra, con ingresso dalla strada di Pozzo Rotondo, comprendeva tre settori fondamentali: le dipendenze del Presidente Governatore, il corpo di guardia e le carceri. Il cortile, piuttosto modesto nelle sue dimensioni, era ovviamente in diretta comunicazione con "l'entrada coverta" e disimpegnava alla meglio i suddetti settori, offrendo sul lato a sinistra entrando una discreta scala in parte coperta che menava al piano superiore. (v. da tav. III a tav. VII).
Sul lato sinistro del portone d'ingresso v'erano le dipendenze che comprendevano una scuderia con dodici poste, tre finestre verso strada e accesso stranamente da una porta ricavata nell'androne; una rimessa per la carrozza con porta grande verso strada e comumcazione interna con la scuderia e, infine, una pagliera semibuia ubicata in fondo alla rimessa e da questa accessibile per via interna.
Tutte le dette dipendenze erano al servizio della massima autorità doganale
Detta pagliera era a ridosso del terrapieno, ancora oggi - malgrado le sistemazioni stradali - molto più alto verso il vicolo dell'Annunziata che non verso le due strade maestre di Pozzo Rotondo e dei Mercanti, e dal "palco" riceveva fioca luce attraverso finestrini con davanzali quasi a livello del palco stesso.
E' da ritenere che il Tagliacozzi - Canale, regio ingegnere, nel gergo tecnico, indicasse col termine PALCO l'area posteriore più elevata, recintata ed aperta verso il vicolo, dalla quale si accedeva privatamente, con pochi gradini esterni, all'appartamento del Governatore che trovavasi in primo piano.
Il corpo di guardia, con vezzoso porticato anteriore limitato da archi e coperto da volte a crociera, trovavasi a cavallo tra le varie sezionidelle carceri ed era accessibile dal cortile e dal vicolo che scendeva tor-tuosamente dall'Annunziata fino alla strada maestra dei Mercanti. Esso comunicava direttamente col "nuovo carcere de' locati" e, attraverso il porticato, col carcere criminale, a ridosso del terrapieno, e con quello della "corsea", sul vicolo anzidetto.
A completare il settore delle carceri erano le due sezioni di S. Antonio e di S. Francesco, entrambe con porta sul lato destro dell'androne e la seconda con finestre verso la strada di Pozzo Rotondo.
Ai centro dello stabile era il cortile che, alla sua sinistra, invitava a salire mediante scala in parte coperta, lasciando spazio sufficiente all'ingresso al carcere delle donne. Sulla sommità della scala era il "passetto bislungo" che a destra immetteva direttamente nella sala udienze del Governatore e, in fondo, nel grande salone dei locati o del teatro.
Il primo piano mostrava una fisionomia particolare, che si ripeterà nella successiva costruzione del nuovo " Dohanal Palazzo ", consistente nella grande sproporzione tra la superficie destinata ai pubblici uffici e quella, assolutamente maggiore, riservata all'appartamento del Governatore, in comunicazione con la saletta del Tribunale doganale mediante una serie di stanze o anticamere.
Oltre che dal "passetto bislungo" e dal Tribunale, il detto appartamento era privatamente accessibile dal vicolo posteriore attraverso il palco che immetteva, per brevi scalette esterne, alla seconda anticamera e al settore dei servizi dell'abitazione. Per " commodo della cucina " era stato da molto tempo costruito un "cammarino matto" sul palco, probabilmente ad uso di ripostiglio per legna e carboni.
Dunque, l'abitazione si sviluppava da levante a mezzogiorno e a ponente per molti ambienti di dimensioni alquanto varie, comprendenti, nella zona notte, anche piccole camere con alcove opposte alle pareti sfinestrate. Non mancavano i balconcini alla romana sul palco e sugli altri lati e, completando il giro piuttosto vizioso agli occhi del postero, era possibile collegarsi con discrezione al settore pubblico anche attraverso una stanzetta semibuia, attigua alla sagrestia e in diretta comunicazione con la cappella.
Ma tornando nel settore meridionale, ov'erano i servizi di cucina e dispensa con stanza del riposto (o stanza appartata, probabilmente ad uso pranzo), è interessante notare il valido criterio funzionale per il quale essi servizi avevano diretta comunicazione con l'esterno, attraverso il palco, ed erano attaccati alle sottostanti dipendenze.
L'ala che si sviluppava con estrema evidenza da sud a nord com.prendeva il bislungo salone dei beati o del teatro, in parte sovrastante fondaci privati, in continuità spaziale con la cappella, la segreteria e il libromaggiore attraverso ampie arcate che, sostituendo le pareti, dona-vano quella luce che non poteva diversamente arrivare ai funzionari della Dogana.
L'importanza della percettoria era sottolineata dalla diretta comunicazione col libromaggiore e dalla stanza in angolo che, quale anticamera, l'isolava dall'affollato salone. E sulla parete di fondo del massimo ambiente, illuminato da tre balconcini e da tre finestre, si apriva la solenne porta del vecchio Tribunale della Regia Dogana della mena delle pecore.
Se diciassette erano i ripidi gradini in pietra che dal terraneo cortile portavano al passetto bislungo del primo piano, ben venticinque erano quelli ancora più faticosi che dalla segreteria salivano alle due camere, bislunghe anch'esse, destinate ad archivio nel secondo piano. E qui, dalla parte posteriore rispetto alla strada maestra, erano locali vari sottotetto ad uso di granai, accessibili da altra scaletta segreta che si dipartiva dal cuore dell'appartamento sottostante.
Gli effetti dei fenomeni sismici, che dal 20 marzo al 7 maggio 1731 si succedettero terrorizzando la popolazione e distruggendo immensi patrimoni, si avvertirono soprattutto al secondo piano e al primo; e, in particolare, di quest'ultimo furono interessate specialmente le compagini murarie del salone dei beati e degli adiacenti uffici, oltre alle coperture.
Sia l'ing. Stendarto che il suo collega Tagliacozzi - Canale, riferirono con estrema chiarezza sullo stato dei luoghi e sulla posizione di varie strutture verticali dopo i terremoti; ed è già tanto, sulla base di quelle indicazioni, per poter ritenere con certezza che gli effetti peggiori si ebbero non già a piano terra e al primo piano dalla parte del terrapieno, bensì verso l'incrocio delle due strade maestre, laddove l'edificio era più alto.
E' interessante notare, quindi, come il terrapieno stesso avesse no. tevolmente concorso alla stabilità delle strutture che, tra l'altro, dalla sua parte si presentavano più rigide per effetto della loro più fitta disposizione planimetrica. La zona debole non poteva essere rappresentata che dal salone dei beati e dagli ambienti adiacenti, tra loro collegati lungo il settore di spina da archi spingenti, perchè proprio in detto salone, lungo circa ventotto metri, mancavano strutture trasversali di irrigidimento.
Che alla naturale azione sussultoria si fosse accompagnata quella ondulatoria con particolare micidiale intensità, è dimostrato non soltanto dalle affermazioni concordi dei due tecnici in merito alla posizione inclinata di vari muri e pilastri (essi scrissero di muri e pilastri "che si ritrovano lesionati e motivati "), ma anche dal fatto che i pochi ambienti del secondo piano, e tra questi i due dell'archivio, furono quelli che subirono le maggiori rovine.
L'edificio doganale era vecchio, forse d'epoca federiciana, e dovette aver subito le necessarie trasformazioni per adeguarsi alle nuove funzioni che la Dogana gli assegnò quando andò a risiedervi; ma ciò non può e non deve ritenersi atto d'accusa verso quelle autorità e quei iecnici che provvedettero alla bisogna, chè nessuno poteva mai prevedere fenomeni di si grave intensità, nè provvedere strutture e materiali adeguati. stanti i limiti della tecnologia dell'epoca.
Il  disastro fu generale, e non solo a Foggia!
E ai fini della conoscenza almeno parziale della tecnica antisismica nella prima metà del XVIII secolo, può essere utile quanto suggerito per le riparazioni dello stabile.
L'ingegnere Stendardo, oltre ai rifacimenti delle murature, delle volte e dei tetti crollati o comunque irrimediabilmente compromessi staticamente, suggerì di frenare, ossia concatenare, quei muri lungo i vicoli mediante catene di ferro, possibilmente accoppiate, e di tompagnare stipi e vani di porte e finestre onde conferire alle murature maggiore stabilità. Precisò, poi, di rifare le porte distanziandole opportunamente dagli incroci dei muri, e di "precauzionare li vani delle porte e delle tistre, nonchè degli archi ", impiegando nei lavori sabbia del torrente Celone ben crivellata ai fini granulometrici e calce di pietra bianca delle cave di Monte S. Angelo, ben cotta e ammassata con la sabbia medesima.
L'ingegnere Tagliacozzi - Canale, ancor più dettagliatamente, suggerì a sua volta di procedere ad operazioni di " cuci e scuci " per sanare la volta del carcere di S. Francesco, gravemente lesionata, e il pilastro sotto l'atrio del corpo di guardia, che "Si ritrovava lesionato e motivato". Quindi, aggiunse di apporre architravi in legno castagno sui vani delle porte e delle finestre, onde eliminare le spinte degli archi, e di realizzare gli archi stessi per evitare i gravi pesi delle murature sugli architravi medesimi. Tutti i vani di porte e finestre dovevano delimitarsi con muratura di mattoni, da legarsi convenientemente con le strutture in tufi, e queste ultime, ridotte di spessore, ma senza alcun nucleo, dovevano farsi con materiali tra loro concaterìati e legati sì da ottenersi opere di maggior resistenza.
Sono norme che ancora oggi trovano applicazione parziale nella pratica costruttiva e qualche conferma nelle leggi antisismìche. All'epoca valsero a salvare gran parte delle strutture sino al primo piano, sulle quali l'ingegnere Tagliacozzi - Canale impostò il suo progetto di ricostruzione che escludeva il rifacimento del secondo piano, in quanto l'archivio veniva sistemato nell'area del Tribunale.
Bene osservando la pianta del primo piano, studiata dal Tagliacozzi-Canale per la ricostruzione della Dogana, si rileva che sostanzialmente egli ricupera quasi integralmente le strutture murarie del piano terra e rinuncia all'edificazione del piano sottotetto ubicando l'archivio laddove erano la cucina e la stanza del riposto, in diretta comunicazione col nuovo previsto scalone a tre rampe. (v. tav. II)
Ampliando il cortile e creando un vano scala idoneo alla funzione dell'edificio, l'abitazione del Governatore viene trasferita dalla parte posteriore prospiciente al vicolo, verso mezzogiorno, mentre il salone dei locati viene notevolmente ridotto per favorire da un lato l'ampliamento del Tribunale, e dall'altro l'installazione della galleria e di altri ambienti genericamente definiti come stanze.
Da questo lato, a nord, vengono incorporati i vani di proprietà di Agostino Balzamo, come in passato, sia pure con diversa distribuzione di ambienti. Dall'altro, attorno all'ampliato salone del Tribunale, sono la Percettoria in angolo nascosto sul davanti, e la Segreteria e il Libro-maggiore posteriormente, in due ampi vani.
Il salone dei beati misura in lunghezza una dìecina di metri soltanto e dei vecchi archi, che cedettero tra i primi sotto l'incalzare della natura furibonda, solo uno viene riproposto per delimitare la cappella nel medesimo sito ove trovavasi un tempo.
Eliminandosi il secondo piano, sia pure parziale, e ridistribuendo planimetricamente poche nuove murature a primo piano sulle vecchie sottostanti, sì ritrovano realizzati altri concetti antisismiei tutt'ora validi.


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La spesa era notevole e la Corte di Napoli tentennò a lungo. Poi si decise a inviare a Foggia l'altro regio ingegnere Giustino Lombardi che, arrivato nel capoluogo il 14 gennaio 1733 22, si rese conto della peggiorata situazione e decise senz'altri indugi la ricostruzione dello stabile.
Da Napoli, il 24 dello stesso mese, l'ing. Stendardo inviò il Regolamento secondo il quale dovrassi il Lombardi regolare 23, e il 30 successivo il Ruoti nominò soprastante il mastro muratore Carlo Mariani, col compito di registrare su due libri diversi i materiali in entrata e in uscita dal cantiere, e di vigilare sui lavori e sugli operai riportando di questi i nominativi e la paga giornaliera. Settimanalmente, previo controllo e autorizzazione dell'ing. Lombardi, il soprastante riscuoteva in Percettoria e provvedeva alla paga degli operai 24.
Sembrava ormai certa la ricostruzione nella strada maestra di Pozzo Rotondo 25, ove i lavori erano in corso, quando il 23 aprile 1733 il marchese Ruoti acquistò da Mons. Giovanni Pietro Faccolli, vescovo di Troia, il cosiddetto Seminario, nel luogo detto La Madonnella fuori di Porta Reale 26. La Dogana cambiava, dunque, sede e provvedeva non molto tempo dopo, per 4230 ducati, a vendere il vecchio diruto stabile alle Suore del Venerabile Monastero della SS. Annunziata, che vi risiedettero sino al 1862 dopo averlo fatto riattare con notevoli varianti. (v. tav. VIII )