Capitolo 3
DAL SEMINARIO DI MONS. EMILIO GIACOMO CAVALIERI
AL NUOVO PALAZZO DOGANA
Quando ancora l'area urbana della città di Foggia si limitava
pressappoco a quella che oggi definiamo "vecchio nucleo a testa di cavallo", in
località Madonnella, subito alla destra di Porta Reale uscendo di città, si distendeva
tra altri un'"orto di fogliame" con alberi fruttiferi per un totale di versure
cinque e un sesto. Un'oasi di verde tra le non molte che circuivano e refrigeravano
l'abitato al centro del sempre assolato e sitibondo Tavoliere di Puglia.
E proprio tal sito l'Università di Foggia donò27 a Mons. Emilio Giacomo Cavalieri, Vescovo di Troia,
per l'edificazione di un "Collegio oppure Casa di residenza" dei Padri della
Compagnia di Gesù.
L'impegno dell'insigne Prelato fu notevole e totale; il fine che egli si propose poteva
nobilitare la città dandole un contributo culturale per quei tempi impensabile, ma gli
eventi dovettero seguire una ben diversa via ed egli mori nel 1726 avendo suo malgrado
realizzato non molto di quanto era nei suoi desideri. (v. tav. VIII).
Un edificio incompleto consistente in una chiesa e nove magazzini fittati a duecento
ducati l'anno, con pozzo, pilone, piloncino e altri comodi, unitamente all'orto, fu quanto
andò in donazione il 13 dicembre 1725 alla Compagnia di Gesù 28, la quale già con atto del 12 agosto 1723 aveva
ottenuto allo stesso titolo 29
e dallo stesso Monsignore una libreria, quattro quadri del Solimena, alcuni damaschi ed
altri oggetti di pregio, tutti beni personali che venivano messi a disposizione della
cittadinanza.
Da prima della morte di Mons. Cavalieri i Gesuiti, per onorare gli impegni assunti,
proseguirono la costruzione sulla quale vigilò un con. fratello e fecero fronte agli
oneri finanziari con le elemosine, i prestiti e la rendita di 1500 ducati avuti pure per
donazione. Secondo la volontà espressa dal defunto Vescovo di Troia, il Collegio o Casa
della Residenza dei Gesuiti, poi comunemente detto il Seminario, doveva sorgere in Foggia
entro venti anni dalla prima donazione; ed ivi dovevano rimanere i religiosi, pena la
revoca delle donazioni a favore del Seminario di Troia, con gli altri beni immobili e
particolarmente con la ricchissima libreria, comprendente molti volumi antichi e moderni
di alto pregio culturale.
Difficoltà finanziarie e una lunga vicenda giudiziaria30 vertente sui beni donati, che vide contendenti la
Compagnia di Gesù e Mons. Pietro Faccolli, nuovo Vescovo di Troia, non consentirono la
prosecuzione dei lavori, che furono interrotti poco tempo dopo la. morte del Cavalieri,
avvenuta l'11 agosto 1726.
Non è dato sapere, a tutt'oggi, quale fosse il completo stato dei luoghi a quel tempo,
chè il citato atto del 23 aprile 1733, col quale il Presidente Ruoti acquistò il
Seminario, riporta quanto già è scritto nell'atto del 13 dicembre 1725 circa la
consistenza dell'immobile compravenduto e aggiunge soltanto che vari sottani erano
affittati "terzo per terzo" e che le "lamie discoverte per l'acqua se ne
potrebbero cascare ".
Tuttavia, una pianta parziale a due colori approntata dall'ing. Lombardi per il Marchese
Ruoti ed a questi trasmessa con lettera del 24 giugno 1733, può fornire utili indicazioni
per presumere, come nelle piante che seguono, quali fossero le diverse fasi dei lavori
eseguiti sin quando i Gesuiti sospesero le opere 31. (v. tav. IX)
L'edificio si sviluppava principalmente su due corpi prospicienti all'attuale corso
Garibaldi: verso Porta Reale v'era il primo costituito dai terranei e dall'altro lato, ad
angolo con la strada delle Caselle di S. Domenico 32 era ubicato il secondo che comprendeva la chiesa
col suo atrio, lo scalone a tenaglia e altri ambienti, tra cui probabilmente la sagrestia.
Era costume, e non soltanto a quell'epoca, destinare i terranei a magazzini o a botteghe
artigianali per ricavarne rendite, e a questa regola non sfuggì il progetto del Seminario
nel quale dovevano necessariamente risiedere e mantenersi i Gesuiti e i giovani educandi.
Al primo piano la grande libreria, accessibile direttamente anche dallo scalone, e le
camerette per i giovani seminaristi lungo il fronte principale dell'edificio. E'
supponibile che le stanze all'angolo verso Porta Reale fossero a disposizione dei
religiosi, a meno che questi non dovessero avere per se un secondo piano mai iniziato.
Le strutture murarie erano in tufi con fodera esterna in pietra per la zoccolatura e in
mattoni per la parte superiore, mentre il nucleo interno era costituito da crosta tufacea
impastata con malta di calce e sabbia. Muratura tipica dell'epoca, che verrà adottata
ancora quando sul Seminario sorgerà il nuovo Palazzo Dogana.
I terranei venivano allora coperti con volte a botte o a crociera e gli ambienti superiori
con solai in legno castagno. L'ultimo piano era solitamente sovra.stato dal suppegno.
* * *
Risolta con transazione la vertenza giudiziaria dopo circa sei anni e passato il Seminario
in proprietà alla Regia Dogana, questa aveva l'urgente bisogno di trovar degna e sicura
sistemazione per i tanti preziosi documenti che si recuperarono tra le macerie del vecchio
archivio e che a quel tempo giacevano in quattro terranei sotto il palazzo del Marchese
Cavaniglia 33, fuori di
città.
La Corte di Napoli premeva e il Governatore Ruoti dette le necessarie disposizioni
all'ing. Lombardi che trovavasi in Foggia per la ricostruzione del vecchio palazzo diruto.
Il tecnico approntò due piante 34
per l'edificazione della Dogana sul Seminario, ma l'urgenza e probabilmente anche la
carenza di fondi fecero decidere per la costruzione dell'archivio e delle carceri,
apportando varianti nel secondo corpo del detto Seminario. Tale studio35 è da ritenere uno stralcio
di quello generale riportato nelle due menzionate piante, in quanto la zona d'angolo a
piano terra e a primo piano, compresa tra corso Garibaldi e vico Schiraldi, è rimasta
pressocchè immutata fino ai nostri giorni, con i suoi balconi alla romana 36. (v. da tav. X a tav. XII)
Ultimati i lavori nel fabbraio del 1734, avendosi avuto cura che la facciata facesse
"tutta una veduta", si riprese quasi subito per realizzare il progetto generale
del Lombardi che fu portato a compimento nell'estate dell'anno successivo, sì che il
trasferimento della Dogana nel nuovo stabile, costato 301 ducati e 31 carlini, poté
avvenire in esecuzione del reale dispaccio del 1° settembre 1735. (v. tav. XIII)
In effetti non ci furono più soste, negli anni seguenti, nella realiz-zazione di
varianti, integrazioni, demolizioni e opere di manutenzione, susseguendosi le une alle
altre con impressionante continuità, al punto da mettere talvolta a repentaglio
l'integrità di talune strutture e da rendere impossibile una qualsiasi stabile
consistenza dell'immobile 37.
Nel settembre del '35 dell'ex Seminario rimase in piedi soltanto il corpo delle carceri: a
piano terra si ebbero alcuni fondaci fittati, le carceri, la cappella e il corpo di
guardia con annesso cortile; al primo piano l'archivio accessibile con scala in legno
anche dall'atrio del carcere, il tribunale con annessa cappella, la segreteria, la
percettoria, il libromaggiore, la stanza della corda e il salone dei beati, tutti
accessibili izione dal secondo portone realizzato verso l'angolo di Porta Reale.
Palazzo Dogana, pur nella sua prima consistenza, era ormai una realtà!
La sua architettura resta semplice anche se le vistose sinuosità dei
vico fregi che ornano i balconi richiamano chiaramente il barocco allora imperante. Il
primo piano, volumetricamente ed esteticamente, domina con prepotente evidenza il
pianterreno, quasi a voler dimostrare e imporre la sovranità del potere e della
giustizia. In quello stesso piano resta integra la prima "cellula" del nuovo
edificio: quell'archivio che, malgrado le gravi perdite di pochi anni prima e le poche
cure di cui fu spesso oggetto, racchiude ancora tra le sue mura tesori di cultura antica e
moderna.
La particolare ubicazione subito fuori di Porta Reale e l'indubbia importanza giuridico -
amministrativa del Palazzo impongono successivamente la creazione dì un nuovo elemento
urbanistico al di là del vecchio nucleo urbano; cosicchè la città dì Foggia si può
estendere sull'attuale piazza XX settembre dove di li a poco sorgerà la chiesa di S.
Francesco Saverio. Un elemento nuovo che si protende a sud-est verso il convento e la
chiesa dì Gesù e Maria, e a sud verso il convento Alcantaritano (ora S. Pasquale), quasi
a voler indicare i tracciati di quelli che saranno i futuri corso Cairoli e via Francesco
Crispi.
Parte dello schema. urbanistico foggiano della seconda metà del '700 sembra, dunque,
evidentemente condizionato da Palazzo Dogana, e cio apparirà ancora più chiaramente
quando nel 1749 si darà inizio a un'altra grande serie di lavori di demolizione,
ampliamento e variante che nel 1762 porterà lo stabile quasi all'attuale consistenza.
S'incrementa e prospera la classe forense, aumentano e prosperano i causidici,
mentre si estendono o si riducono le categorie artigianali strettamente legate alle
alterne vicende dell'industria della pastorizia.
Foggia consolida la sua importanza nel regno di Napoli e pone, così, le premesse per il
suo sviluppo urbanistico a sud e a sud-est; locati, cavallari, famigli, baroni e cittadini
d'ogni ceto trovano nel nuovo tribunale della Dogana l'idonea arena per i loro scontri e
nel salone dei locati i rumori degli incerti passi dei pensosi contendenti si perdono
nell'aria attraverso le ampie vetrate.
Nelle più numerose e più ampie sale del nuovo Palazzo Dogana si ritrova un più nutrito
stuolo di rigidi impiegati e subalterni, non tutti sempre scrupolosi nell'adempimento dei
propri doveri. La remota ed eterna norma dell'adattamento alle circostanze e ai tempi, sia
pure nei limiti ben più ristretti rispetto a quelli in cui diuturnamente operavano il
Presidente Governatore, l'Avvocato fiscale e l'Uditore, fu ben tenuta presente in vari
ambienti del Palazzo e i mezzi e modi d'incrementare le entrate furono fra i più
disparati 38.
E gli ambienti erano destinati a moltiplicarsi rapidamente perchè la consistenza
dell'edificio si rivelò subito insufficiente. Già nel 1740 il Tribunale si ritrova in
palazzo Belvedere39 e nel
1743 si dà inizio a nuove opere40.
Si lavora sulla base del progetto Lombardi malgrado la polemica relazione al Governatore
da parte del maestro muratore della Real Casa Francesco Delfino, che intendeva badare
soprattutto alle economie. Si demolisce, si varia e si amplia secondo schemi oggi ignoti,
sicchè la galleria con teatro, all'angolo verso Porta Reale, è un fatto compiuto e
l'impresario Francesco Pascalini, ai primi di giugno del '46, può ospitare per 130
ducati, oltre alle spese, il cantante napoletano Antonio Catalano, la moglie Margherita
Pozzi e i figli, "per recitare nelle due opere in musica che si dovranno
rappresentare per tutto il mese di giugno" 41.
Siamo al 25 gennaio del '48, pochi giorni prima della morte del Governatore Marchese
Francesco Marchant per "morbo attaccaticcio", e sotto il piccone demolitore
scompare nella polvere anche il teatro 42,
E' il preludio alle grandi opere che saranno iniziate nel '49.