Capitolo 4

LE GRANDI OPERE DAL 1749 AL 1762.

L'INTERVENTO DELL'ARCHITETTO LUIGI VANVITELLI


Anche nell'aprile del '49, quando uomini bestie e carri ripresero le loro attività al servizio della Dogana, il sole picchiava inesorabilmente sulla Puglia e sul Tavoliere in particolare.
I lunghi e bassi polveroni, che giornalmente si levavano e scorrevano lentamente per i regi tratturi che si dipartivano a raggiera dalla città di Foggia, non occultavano del tutto le teorie di "carrozzoli" carichi di materiali necessari per i grandi ampliamenti del nuovo Doganal Palazzo; sicchè i conducenti potevano intravedersi e di tanto in tanto, quando riuscivano a vincere la pesante sonnolenza che li sovrastava durante i lunghissimi viaggi, scambiarsi qualche frase dialettale, ovvero darsi appuntamento al pozzo più vicino ove rinfrancarsi con le loro sudate bestie dalle pesanti fatiche che si susseguivano incessantemente per giorni e giorni.
Poi, approssimandosi alla città, incrociavano i mezzi che, facendo i percorsi inversi, portavano a rifiuto i materiali di sterro provenienti dalle nuove fondazioni che si stavano scavando sul vicolo del Sale e sul fronte di largo Palazzo.
Era tutto un fervore di attività che interessava muratori, manovali, garzoni, carrettierì, embriciari, ferraioli, falegnami, petraioli e pittori, tutti operanti alfine di realizzare le grandi opere di ampliamento del nuovo Palazzo Dogana, fuori di Porta Reale! 43
E con loro operò anche il capomastro della Real Corte Francesco Delfino, cui successe non molto tempo dopo Leonardo Romito, così come Gaetano Roselli 44, subentrato a Gennaro Fraccisani quale "scrivano destinato ad assistere ed invigilare sopra la fabrica".
Invero, la Corte provvedeva sempre direttamente all'assunzione dei dirigenti e della mano d'opera specializzata in quel di Napoli o di Avellino soprattutto, lasciando ai foggiani - ritenuti non idonei a determinati lavori - ogni altra attività subalterna.
Non è dato ancora sapere se vi fu altro progetto oltre quello elaborato dall'ing. Lombardi nel 1745, o se i lavori proseguirono secondo le previsioni di quell'anno; ma è certo che il tecnico napoletano previde anche " un magnifico appartamento" con due gallerie al primo piano45.
Poi, nel lunghissimo corso delle opere, vi furono variazioni a catena interessanti non soltanto apertura e chiusura di porte e finestre, ma anche e sovrattutto demolizioni e rifacimenti di muri, volte e scale, con. sistenze e attribuzioni di appartamenti e mutevoli destinazioni degli ambienti.
La Corte di Napoli, pur se i lavori venivano eseguiti con fondi della Dogana, ovviamente vigilava con ogni possibile attenzione a mezzo dei regì ingegneri e mal sopportava certe ingerenze delle massime autorità doganali. Queste, comunque, anche se troppo spesso in disaccordo tra loro, disponevano della consistenza delle opere lasciando tra l'altro al capomastro muratore della real Casa la facoltà di stipulare gli atti di acquisto dei materiali e allo scrivano il compito di redigere i settimanali "certificati di fatiche" in base ai quali la Percettoria emetteva i mandati di pagamento. (v. tav. XV)
Godendo di relativa autonomia e di ampia autorità, sia il Presidente Governatore marchese Baldassarre Cito che l'Avvocato fiscale don Filippo Corvo poterono, dunque, in ogni caso, disattendere frequentemente parte delle disposizioni reali, contribuendo così a dare una propria impronta alla consistenza del Palazzo e forse anche alla sua architettura. E così, mentre si cavavano profondamente le fondazioni e giorni,  i carrettieri approvvigionavano il cantiere della " sabbia viva " e dei ciottoli del Celone, della calce di pietre bianche di Monte S. Angelo  e delle pietre da taglio che Pietro di Tullio inviava da S. Giovanni Rotondo, c'era chi divisava a suo comodo la ripartizione cli alcuni settori del Palazzo.
Né l'andamento dei lavori riuscì fluido e lineare negli anni seguenti, ché le complicazioni ebbero senz'altro a moltiplicarsi anche sotto la presidenza di Giulio Cesare D'Andrea, coadiuvato dall'Avvocato fiscale Gennaro de' Ferdinando. Tant'è che il 26 febbraio 1755, da Torre Guevara, si annunciò al D'Andrea il prossimo arrivo a Foggia del regio ingegnere don Luigi Vanvitelli per riconoscere la fabrica presente del Palazzo Doganale, formare coll'intelligenza ed intervento di Vostra Signoria Illustrissima la pianta di un nuovo che la Maestà Sua intende far eriggere con gli commodi necessarj 46. (v. tav. XVI)
Ma in realtà, dal '49 al '55, già diverse planimetrie dovettero studiarsi perchè, tra le tante, quelle opere al primo piano sul vicolo del Sale (mezzogiorno) furono modificate dopo essere state completate al rustico nell'estate del '51 47.
Ad un accurato studio preliminare, di cui purtroppo mancano sinora le tracce, seguì il caos!
Le poche disponibili piante totali o parziali dei soli piani superiori del Palazzo possono rappresentare soltanto delle fasi alquanto transitorie dell'esecuzione dei lavori, oppure soltanto delle proposte mai passate alla fase realizzativa nel corso dei tredici anni che vanno dalla. ripresa dei lavori alla stima consuntiva delle opere, redatta dal regio ingegnere don Felice Bottiglieri il 17 agosto 1762. (v. da tav. XVII a tav. XXI)
Pur riscontrandosi in dette planimetrie vari particolari corrispondenti alla stima descrittiva del Bottiglieri, molti altri sono nettamente  in contrasto o addirittura mancano del tutto. E' ben vero che il regio ingegnere non dedica la sua attenzione al settore terraneo antico lungo lo stradone del SS. Salvatore e all'altro, pure terraneo, compreso tra i due vicoli; ma è pur certo che detti settori, anche se variati leggermente negli anni precedenti, possono sufficientemente ricostruirsi anche sulla base di altri elementi forniti da documenti di epoca precedente e successiva.
Resta, comunque, quello del Bottiglieri, un lavoro ampio e dettagliato che consente una buona ricostruzione dei diversi piani dell'edificio 48.


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Appare molto probabile, in ogni caso, che gli studi sulla consistenza plano-altimetrica del Palazzo, condotti sino al '55, riguardassero soltanto le grotte a sud, e parte del piano terra e di quello nobile, onde sistemare su quest'ultimo il corpo del Tribunale e gli annessi uffici, oltre all'abitazione del Presidente, da tanto tempo ridottisi nel palazzo cli donna Irene Belvedere per duecento ducati l'anno.
Nell'anno seguente si costruirono camere soprane e si elevarono ancora una volta le strutture murarie a ponente e a mezzogiorno per riformare gli uffici del Tribunale; ma solo nel gennaio del '58 si provvide, nel vecchio corpo di fabbrica, a demolire due volte per ricavare il vano della scala dell'Avvocato fiscale, ancora oggi accessibile dall'androne su corso Garibaldi 49.
Quindi, nei mesi immediatamente successivi, si realizzarono lavori interessanti un secondo piano "mezzanino", destinato soltanto ad abitazioni, e poi nell'anno '59 le grotte dell'Avvocato fiscale, tra il suo atrio e quello principale su largo Palazzo 50.
Il '59 vedeva, dunque, il lento progredire dei lavori e, seppure tra molti evidenti travagli, la consistenza di Palazzo Dogana sembrava aver assunto una ben precisa fisionomia: grotte a sud e a nord destinate al servizio delle abitazioni e delle stalle a piano terra; terranei per carceri civili e criminali, per il corpo di guardia, per le stalle, le dipendenze varie e il personale di servizio; primo piano ad ovest per il Tribunale e i suoi uffici e negli altri settori per le abitazioni del Presidente Governatore, l'Avvocato fiscale e l'Uditore; secondo piano parziale per i quarti mezzanini delle stesse autorità.
I lavori murari erano finiti come quasi tutte le rifiniture e l'ing. Bottiglieri, il 4 agosto 1761, potè scrivere alla Corte di Napoli per consigliare carte da parato possibilmente diverse negli appartamenti e per precisare che " tutte le travi degli appartamenti di sotto sono di legname di castagno della solita grandezza, e quelli degli appartamenti superiori sono più strette e di altro legname".
Ancor più chiaro fu il regio ingegnere camerale quando riportò l'elenco dei vari ambienti degli appartamenti a piano nobile e a piano mezzanino delle massime autorità doganali, dando di essi le dimensioni al fine di consentire l'acquisto dei materiali di rifinitura51.
Addirittura, nell'ottobre dell'anno precedente era stata benedetta la Cappella del Tribunale dal cappellano della Dogana don Potito Valetudo, delegato dal Vescovo di Pozzuoli don Nicolò con la seguente lettera "52: Reverendo Signore, volendosi benedire la nuova Cappella del Tribunale di cotesta regia Dogana, e spettando a me come Cappellano maggiore 1' esercizio di tal atto, per trattarsi di una Cappella Regia, e per conse-guenza soggetta privatamente alla mia spirituale giurisdizione, all'incontro non permettendo la distanza del luogo l'eseguirsi da me addirittura una tal funzione; quindi è che ho stimato delegare, come fò, la. persona di Vostra Signoria per benedire la detta nuova Cappella, comunicando. le a tal effetto le facoltà necessarie ed opportune per mezzo della presente. Non manchi ella riscontrarmi a suo tempo dell'esito. Napoli, 11 ottobre 1760.
Aff.mo per servirla Nicolò Vescovo di Pozzuoli".
Tutto era stato, dunque, definito con l'ovvio consenso delle parti interessate; ma molto probabilmente ci furono ripensamenti specie da parte del Presidente Governatore, e la Corte di Napoli, decisa a porre fine ad ogni altro indugio, che evidentemente pesava sul bilancio per via del. la precarietà delle funzioni espletabili dal Tribunale nelle condizioni in cui trovavasi, dovette opportunamente provvedere.
Fu così che il Re, a mezzo del suo ministro segretario di Stato don Giovanni Asenzio de' Goyzueta, manifestò perentoriamente la sua volontà:53
"Ill.mo Sig. Presidente Governatore della Regia Dogana in Foggia don Gennaro de' Ferdinando, volendo il Re che il Presidente Governatore abbia comodo proporzionato nel Palazzo Dcganale, ha risoluto che il primo piano rimanga stabilmente assignato per suo alloggio, e l'altro superiore ripartito in due appartamenti di nove o dieci camere per ciascuno resti per abitazione dell'Uditore, e del Fiscale: E perché niuno de' sudetti tre Ministri rechi sogezione alla libertà degli altri, permette la Maestà Sua che nel luogo segnato in pianta del piano nobile colla croce, si facci una scala segreta per la consecuzione dell'espressato fine. E sopravanzando da un tal comodo ripartimento sei, o sette camere che sono le contigue alla Cappella; vuole il Re che le medesime si assegnino al Segretario del Tribunale, a condizione che il medesimo però debba corrispondere in beneficio della Regia Corte la piggione proporzionata, e corrispondente: Locchè partecipo a Vostra Signoria IllustrisSima, nelle cui mani restituisco li tre fogli del disegno, che ho trovato acchiusi nella rappresentanza che umiliò alla Maestà Sua a dì otto aprile dell'anno corrente. Napoli; 14 agosto 1761."
Senza entrare, per ora, nel merito della "comoda e proporzionata ripartizione" dei due piani superiori per soddisfare le tante ambizioni del.. le varie autorità doganali, è importante sottolineare la necessità oggettiva di porre termine alle opere che da dodici anni dalla ripresa dei lavori facevano concorrenza alla mitologica tela di Penelope. Il tecnico sa quanto gravi siano le sofferenze che staticamente sopportano le strutture d'ogni genere quando la loro esecuzione si protrae nel tempo e, in particolar modo, allorchè esse vengono assoggettate a capricciose variazioni per volere di autorità generalmente incompetentì in tanta importante materia.
Fu necessario, adunque, mobilitare ancora una volta le forze lavorative e si dette mano al piccone e alla cazzuola per demolire volte e muri, per aprire e chiudere porte e finestre, per rifare intonaci e infissi secondo l'ultima volontà reale.
E l'ing. Bottiglieri, che già nel luglio del '61 aveva dovuto far sostituire tutti i vetri, dopo una violenta grandinata, nonchè aggiornare la sua voluminosa contabilità, riprese anche lui la sua funzione con solerzia e tanta pazienza.

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E' di un anno dopo, e precisamente del 17 agosto 1762, la sua stima dei lavori che, per maggior chiarezza, divise nei seguenti capitoli riassuntivi della "Collettiva generale degli apprezzi contenuti nella presente scrittura ": (v. tav. XXII)
" L'opera di Romolo Baratta 54 falegname    docati         1359:74
l'opera de' pittori napoletani Francesco De
Ritis, Francesco De Rosa e Giuseppe Co-
senza                                                                        "    626:10
l'opera del residuo di tinture fatte da Ulis-
    se Ferrucci di Foggia                                            "    101:06
    li residui di fabrica fatti da    Giuseppe Con-
    salvo                                                                    "    121:73
    l'opera del vetraro Francesco    Tontoli                 "    256:79
    l'opera di tutti e tre li mastri
    ferrari                                  1041:33
dalla quale detrattone lo debito  357:48
                                                                                 "   683:85
    in uno docati                                                         "   3149:27


Trattasi, evidentemente, di opere di completamento e di rifinitura che nel corpo della relazione di stima il pottiglieri analizza con accuratezza, precisando molto spesso dettagli interessanti e utili ai fini di una buona conoscenza della consistenza del Doganal Palazzo all'epoca cui la stima si riferisce. E' così possibile, oggi, poter conoscere la destinazione della gran parte degli ambienti allora ultimati, l'ubicazione di comignoli, bussole e stipi a muro, nonchè le varie coloriture che si dettero da parte di validi pittori.
Interessante, in particolare, la descrizione che si fa del soffitto dello scalone principale: 55
" Dipinta la soffitta che risiede sopra la scala principale, lunga palmi 47 e mezzo, e larga palmi 33 - con la sua piccola gaveta, in dove sta in aria dipinto l'Emblema Reale con Corona Imperiale, e manto tenuto da putti; ed altri che scherzando sostengono gli ordini di S. Spirito, Toson d'oro, ed Ordine di S. Gennaro con figure geroglifiche come di Ercole, e Pallade a fianco dell'emblema, e sopra la Gloria, da un lato, e Fama alata dall'altro, e di sotto in un canto la Eternità che scaccia il tempo. Lateralmente gruppo di puttini, che portano con loro gli attributi virtuosi del Re Nostro Signore. Sta la sudetta soffitta dipinta coronata con balaustrata ornata, vasi, e festoni attorno che la rendono vaga, se li stima per soli gesso, colori e fatiga docati sedici e mezzo la canna ed importo con le figure docati quaranta".
La particolare esposizione e stima dei lavori, distinta per piano e per appartamento; determinati riferimenti al piano superiore o inferiore; i richiami di certi ambienti corrispondentisi sulla verticale, accompagnati dalle loro specifiche destinazioni, e vari altri elementi tecnici son risultati determinanti ai fini di un lavoro di ricostruzione anche a distanza di due secoli e tredici anni.
Ovviamente, l'attuale stato dei luoghi e l'esame accurato dei vari tipi di strutture hanno avuto importanza non trascurabile, malgrado le rilevanti difficoltà derivanti dalle successive variazioni subite dall'edificio sino ai nostri giorni.
Potè, alfine, la città di Foggia vantare il suo Doganal Palazzo, centro di potere amministrativo di prim'ordine nel Regno di Napoli, ma anche invidiata sede giudiziaria e forense che stimolò tanti giovani verso gli studi giuridici sempre più aperti alle nuove idee che i tempi andavano inesorabilmente maturando. Nelle due ampie camere dell'archivio al primo piano, direttamente collegate al Tribunale, si riordinarono e sistemarono tutti gli antichi documenti che i naturali tragici eventi e l'incuria dell'uomo poterono involontariamente risparmiare.
La mole imponente e massiccia dell'edificio, che forse ricordava quella ben più fastosa del Palazzo imperiale federiciano, i colori delle facciate e degli infissi, gli ornamenti varianti tra il barocco e il classico pur nella loro modesta appariscenza, i capitelli scolpiti da mastro Gennaro Borzella e posti sin dal '51 in cima ai pilastri "dell'atrio coverto" nei cortile del Tribunale, il piccolo campanile con "ventarola" e quant'altro poteva esteriormente offrirsi, dovettero indubbiamente rappresentare l'elemento nuovo caratteristico che, legando urbanisticamente la città alla campagna, proiettavano quella verso duraturi schemi urbani ed edilizi.
E nella storia della città di Foggia non si hanno tracce o ricordi di antichi edifici civili che abbiano dato una sia pur parziale impronta al tessuto urbano, ove si eccettui quello che da oltre sei secoli non èpiù neanche il fantasma della Reggia di Federico II.

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Tre sono i corpi di fabbrica continui su cui Palazzo Dogana si sviluppa, essendo il quarto interrotto dal cortiletto o giardinetto su cui affacciano il Tribunale ed alcuni Uffici ,oltre alle carceri criminali; tre sono i piani fuori terra, in parte sovrastanti gli ambienti scantinati, destinati per lo più a pagliere, cantine e dispense. (v. tav. XXIII)
Tre sono, infine, i corpi di fabbrica che al primo piano occupano gli appartamenti del Presidente Governatore della Dogana.
A piano terra, sul nuovo fronte principale, v'era il portone di castagno da cui si accedeva al 'Tribunale e agli appartamenti del Presidente Governatore e dell'Uditore. A fianco di esso, sulla destra verso la città, era l'ingresso privato, più piccolo, della stessa autorità, cui seguiva la stalla del fiscale con pozzo, quattro mangiatoie e finestrella sul cortile al disopra di altra che dava luce alla grotta. Detta stalla comunicava con la posteriore pagliera a mezzo di un grande arco ed era seguita, sul fronte, da un "fondaco o luogo basso" in angolo, dal quale si andava agli altri fondaci sulla più vecchia facciata, sino all'ingresso privato dell'Avvocato fiscale. (v. tav. XXIV)
All'altra banda del portone principale, andando verso la campagna, si notavano altri fondaci o luoghi bassi ad uso del personale, ciascuno dotato, come i precedenti, di "ìuogo comune" e spesso ai stipo a muro. Qui, dunque, alloggiavano nell'ordine, dopo la rimessa del Fiscale, il cuoco e il cocchiere del Presidente.
In angolo era uiì altro basso e poi "alla rivolta" subito il magazzino del sale, all'epoca dato in uso al cocchiere dello stesso Avvocato.
Il tratto mediano del corpo meridionale era destinato alle dipendenze del Governatore, così come le grotte sottostanti, cui si accedeva con scala interna dalla "lustrera di pagliera". La stalla, in particolare, si notava per la sua capienza di dodici cavalli ed aveva, quindi, altrettante poste delimitate da ritti in legno che sostenevano i battifianchi.
Seguivano, verso l'angolo tra i due vicoli, vari fondaci di cui il Bottiglieri non fa cenno e che quasi certamente erano stati edificati prima del '49. Tant'è che furono fatti rinforzi alla vecchia fabbrica prima di edificare i superiori muri della segreteria e degli aliri uffici.
La buia scala segreta che dalle dipendenze portava al piano supe-riore, e precisamente all'appartamento principale del Presidente, era piuttosto ripida e scomoda, per cui converrà risalire per lo scalone di onore in dura pietra onde meglio conoscere a suo tempo gli ampi appartamenti del primo piano.
E rimanendo, dunque, a quota stradale, dal portone si andava nel cortile maggiore, o del Tribunale, trovando in fronte le due rimesse dell'ex Doganiere e il cortile del corpo di guardia. A sinistra, sotto il severo "atrio coverto", cinque porte conducevano nell'ordine alla scala privata dell'Uditore, con annessa cantinola e luogo comune bene in evidenza, ai vani terranei anzidetti per uso e comodo del Presidente Governatore, all'orziera accosto, alla stalla e, per ultimo, al cortiletto o giardinetto, su cui affacciavano il Tribunale, le carceri e parte degli uffici del primo piano.
Nulla dice il Bottiglieri in merito al settore delle carceri sino all'ingresso privato dell'Avvocato fiscale, ma è da ritenere che poco o nulla fu variato colà nel corso degli annI precedenti.
Conviene, alfine, salire i dolci gradini dello scalone principale seguendo la lontana e fioca eco dei gravi e pensosi passi dei contendenti, quando nei dì fissati l'autorità doganale concedeva pubblica udienza. E così, passando vicino al vecchio pozzo ognora al centro del cortile, si arrivava per quarantatre scalini alla "loggia coverta" con graziose volte a crociera. (v. tav. XXV)
A sinistra, in testa, la gran porta del salone del Tribunale in duro legno castagno ben lucidato: la si varcava con timore ed ansia molte volte; poi a sinistra, di fronte aila Cappella che trovavasi dalla parte opposta, il gran camerone della Banca delle Passate che dava direttamente nella Banca dei Cambi, ornata da utile caminetto, e in quella delle Terre Salde, entrambe con una finestra sul vicolo.
E dalla prima Banca si entrava in un corridoio che verso il cortile aveva due finestre e un luogo comune, in fronte consentiva l'accesso alla Percettoria e al Libromaggiore e, a sinistra, alla Segreteria con due finestre verso lo stesso vicolo del sale. Altrettante erano le finestre che illuminavano il grave e paziente lavoro degli addetti al Libromaggiore, mentre, più fortunata, la Percettoria si mostrava al vicolo posteriore con finestra e al giardinetto con balconcino alla romana.
Ritornando per lunghi passi al salone, sulla destra era l'anzidetta Cappella con sagrestia seminascosta in angolo: un ampio arco la delimitava verso il salone e ai suoi fianchi due porte dall'aspetto scuro sembravano nascondere particolari segreti.
L'una portava all'Archivio, colà ubicato dal vecchio Ingegnere Lombardi, l'altra dava furtivamente al superiore appartamento del Fiscale e, in piano, al secondo appartamento del Presidente.
Girando lo sguardo nel gran salone, molto più tardi definito dei passi perduti quand'esso, cessata la sua funzione, serviva praticamente di transito per i vari nuovi uffici, si notava sulla parete di ponente una porta tutta particolare affiancata, a distanza, da due finestre e sopraluci sul cortile, fronteggiate da tre balconcini sul cortile maggiore con altrettante sopraluci. Era, quella, la porta che solo le autorità do. ganali potevano varcare nei due sensi unitamente al Mastrodatto e all'Avvocato dei poveri, e questi procedevano con passi maestosi anche quando, in privato consiglio, si avvicinavano all'ornato caminetto sulla parete di testa.
La stanza della Ruota accoglieva i ministri della Dogana riservando al Presidente l'autorevole seggio con baldacchino e permettendo loro il diretto accesso alla triste stanza della Corda, ove salivano i carcerati per scala a chiocciola onde dar conto alla giustizia. E da qui, spesso, i rei discendevano col corpo segnato, sostenuti dai forzuti carcerieri.
Ad illuminare la stanza della Ruota erano due balconicni sul giardino, anch'essi con luci superiori; ed ancora, una stanza dei comuni a due finestre su lati diversi consentiva i naturali sfoghi agli organismi umani.
I lunghi percorsi pubblici nel settore del Tribunale son finiti ed èil momento di affiancarsi al Presidente Governatore per farsi guidare per la gran teoria di camere, sale e scale tutte direttamente illuminate da sedici balconi sulle facciate e cinque sul cortile, sei finestre sul vicolo del sale ed altrettante sullo scalone e sul detto cortile maggiore. Egli deve più volte muovere accortamente i passi prima di offrirsi come guida in tanto spazio ed è, quindi, con estrema sicurezza che invita il vi sitatore amico a salire la sua scala privata da largo Palazzo.
Tre rampe comode e, in sommità, un ampio pianerottolo d'arrivo dal quale è preferibile varcare la porta sul fronte che mena alla prima anticamera che si riceve ogni di il primo sole del mattino.
A destra entrando è la maestosa porta, sempre in castagno lucidato, che ammette alla sala delle private udienze fastosamente addobbata e rifinita. La sua ampiezza richiede tre aperture a levante ed una sul cortile per aversi luce sufficiente a illuminare le sedute, mentre una altra porta di maggiori dimensioni occorre per ricevere i sudditi petulanti che, dallo scalone d'onore, arrivano alla loggia coperta.
Poi è la prima anticamera riscaldata dal camino a ridosso del muro di facciata, tante volte infastidita dallo stillicidio proveniente dalla superiore cucina dell'Uditore, e ancora la seconda e la terza anticamera, quest'ultima in angolo con balcone sulla facciata e finestra sul vicolo del sale.
Terminata la serie di anticamere, si arriva alla privatissima "stanza di letto", con ampia finestra a mezzogiorno e retrocamera illuminata dalla finestra che affaccia sullo scalone d'onore. Si vive, ormai, nel cuore del primo appartamento, da dove è possibile raggiungere le scale segrete che t'anno "impianare" sia i luoghi bassi che il piano supe riore, da visitarsi più tardi.
Perciò, il gran Presidente tira diritto attraverso altre camere tutte a mezzogiorno che portano, senza alcun corridoio, alla cucina in fondo.
E da qui, sulla destra, indica un'altra gran camera, la cui porta sulla loggia coperta resta quasi sempre chiusa e riservata a garanzia dell'intimità domestica.
Cucina e camere a mezzogiorno sono collegate anche per vie interne che, oltre alle scale segrete, riservano spazio al "comune o luogo immondo". Due finestre sulla scala maggiore assicurano, insieme al ti nestrino del comune, aria e luce al ristretto spazio.
Data l'ora, il Tribunale è deserto ed e possibile attraversarlo con lesti e rispettosi passi per raggiungere la porta a destra dell'arco della Cappella, e da qui passare a ritroso nel secondo appartamento.
La stanza dei lavabi, con comune e dispensola, è attaccata all'archivio; poi è la cucina e in fila seguono camere intercomunicanti fino al la stanza con camino, a quella da letto e alla terza anticamera in angolo, da cui si passa agevolmente e per numeri regressivi alla seconda e alla nota prima anticamera verso la scala privata.
Ma prima di ridiscendere, v'è da visitare il "braccio di stanze foderate" che affacciano sul cortile, e si parte, sempre in compagnia, dalla retrocamera col balconcino. L'ambiente è bislungo e la luce non ètanta, ma sufficiente per notare sulla parete di fondo la porta della detta camera da letto e a sinistra, verso l'angolo interno, quella che mena al piccolo studio con finestra a mezzogiorno.
Una breve sosta è d'obbligo per ammirare le scaffalature e i volumi scrupolosamente ordinati, cercando d'individuare qualche noto autore e le materie conservate; ma il tempo passa ed è necessario proseguire oltre nel braccio foderato, ove sono in diretta comunicazione altre due camere, mentre una terza è raggiungibile per giro vizioso, stante la scala riservata al Fiscale.
Il sole che da levante, attraverso i balconcini e le sopraluci, prima illuminava il salone del Tribunale, ora è passato dalla parte di ponente ed entra per le due finestre e le sopraluci che affacciano sul giardinetto. Ed è come d'incanto che il visitatore si ritrova ai piedi della scala segreta che dal primo appartamento sale al secondo piano. Dalla scala inferiore arrivano gli odori dei cibi conservati accuratamente nella dispensa, ma in cima a quella che sale una discreta luce facilita il passo.
Sul piccolo ripiano d'arrivo, a sinistra, è il luogo comune come tanti altri racchiuso come stipo a muro; poi viene la saletta bislunga che può avere luce dalla porta a destra, quando questa è aperta per consentire d'entrare nell'anticamera. Si va a vedere la loggia e poi si attraversa una stanza che comunica col Coretto, il camerino e la loggia scoperta.
E' arrivata l'ora della funzione religiosa nella Cappella, e si sosta raccolti nel Coretto in religioso silenzio, ascoltando per un finestrino discreto le parole che l'officiante pronuncia all'altra banda del salone.
Ora è tempo di congedarsi, per non far attendere troppo la secon. da autorità in attesa sullo stradone del SS. Salvatore.
L'Avvocato fiscale, dal suo particolare atrio coperto, sale al secondo piano, ove la sua autorità può spaziare entro ambienti notevoli, ma pur tanto limitati rispetto a quelli del suo superiore. Dal centro del corpo di fabbrica a nord, fin quasi all'asse della facciata principale a levante, il suo appartamento comprende dodici ambienti, oltre il Coretto ubicato in sottotetto sopra la cappella del Tribunale. E sia all'uno che all'altra il Fiscale arriva per sua particolare scala segreta. (v. tav. XXVI)
Sull'altro versante del secondo piano, a mezzogiorno, sono gli undici ambienti dell'appartamento dell'Uditore, con cucina sovrastante la prima anticamera del Presidente e "buttaturo" in comune con il corrispondente appartamento di questi56 .
Al centro del cortile maggiore il pozzo, che già anni addietro si dovette parzialmente rifare, è sprofondato per garantire in corso d'opera le esigenze idriche del cantiere e, quindi, la "pettorata" è completata con padiglionetto in ferro a quattro colonne ben lavorate.
Rispetto alle previsioni progettuali della metà degli anni cinquanta le differenze sono radicali almeno per quanto riguarda i diversi appartamenti e la consistenza del secondo piano: il Presidente Governatore domina il piano nobile ove dovevano esserci tre appartamenti per altrettante autorità, come al secondo piano, ed ogni unità era collegata alla sottostante mediante scala riservata.
All'ex Doganiere veniva, in passato riservata l'ala a sud, agli altri quella a nord divisa in due parti: la prima, a ridosso dell'archivio, per l'Uditore, e l'altra, fino alla facciata principale, per il Fiscale 57.
Si deve, quindi, in ogni caso ritenere il 1762 una tappa fondamentale nella storia di Palazzo Dogana, perchè esso acquista una sua nuova e ampia conformazione compositiva ed assume, nel contesto urbano, la sua maggiore importanza grazie all'intervento reale che viene a placare le torbide acque opportunamente agitate dalle autorità locali.

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Certamente l'influenza del Re, tramite il regio ingegnere don Luigi Vanvitelli, preannunciato dalla lettera partita da Torre Guevara il 26 febbraio 1755, ebbe la sua importanza così come l'ebbe il dispaccio dal Goyzueta inviato al Presidente della Dogana don Gennaro De' Ferdinando il 14 agosto 1761. Questo seguiva l'incontro di luglio e precedeva quello del successivo settembre tra il regio ingegnere e la Dogana58 per cui è molto probabile che la decisione reale di assegnare il primo piano al Presidente e il secondo al Fiscale e all'Uditore sia stata determinata anche dal parere del grande tecnico ed artista napoletano.
L'incontro di settembre, a sua volta, può aver influito più in particolare sulla modifica delle strutture interne di quei piani dell'edificio perchè rispondessero alle nuove esigenze.
E' opportuno, infatti, valutare attentamente l'entità dell'opera vanvitelliana nella costruzione di Palazzo Dogana, avvalendosi soprattutto dei tanti particolareggiati documenti d'archivio che riguardano l'ef-fettivo stato dei luoghi, molto spesso secondo quadri settimanali, durante il lungo periodo che va dal '49 al '62.
E', d'altro canto, fondamentale puntualizzare che l'architettura del-l'edificio è ben determinata sin dal 1733, quando l'ing. Giustino Lombardi arrivò a Foggia per redigere il progetto utilizzando, nei limiti del possibile, le esistenti strutture del Seminario dei Gesuiti.
Il disegno della facciata sullo stradone del SS. Salvatore, oggi disponibile, mostra chiari segni del passaggio dal barocco al neoclassicismo, secondo lo stile vanvitelliano, ma quell'opera non può, per questo, attribuirsi all'oriundo olandese.
Almeno fino al 1745 il Lombardi fu l'unico regio ingegnere carnerale che operò a Foggia per conto della corte di Napoli e il suo ultimo progetto d'ampliamento, di cui si ha notizia, è di quell'anno e si sviluppa sino al primo piano59. Appena verso il '56 si dispone di una pianta dei mezzanini che interessa gli appartamenti del secondo piano su tre corpi, escluso quello di ponente 60, sul quale si comincerà a costruire l'anno successivo61.
E' evidente, dunque, che un ulteriore ampliamento del secondo piano fu studiato tra il '56 e il '57, e realizzato quasi contemporaneamente iare il alle opere sui rimanenti corpi dell'edificio 62.
Intervenendo, dunque, nel '55 il Vanvitelli trovò il primo piano completo al rustico su due ali e architettonicamente definito almeno sullo stradone e sulle due testate del primitivo edificio realizzato dal Lombardi. L'anno dopo furono rifatte varie strutture tra la Segreteria, la Percettoria e il Tribunale 63, ma quei lavori e i successivi non poterono influire che sulla distribuzione interna degli ambienti in certi settori rattut. del complesso.
D'altronde, ancora oggi la migliore architettura si ha sulle facciate di piazza XX Settembre e corso Garibaldi, e non è pensabile che fosse stato proprio il Vanvitelli a studiare i più semplici prospetti sui ridotti vicoli posteriori. Su questi affacciavano di già molte modeste costruzioni private in profondo contrasto con la nuova sia volumetricamente che architettonicamente, e ciò può essere un'ulteriore giustificazione in del del minor pregio artistico richiesto dalle facciate che non davano verso l'importante Porta Reale 64.