Capitolo 6

LE NUOVE DESTINAZIONI DELL'EX PALAZZO DOGANA SINO AL SECONDO DOPOGUERRA

Il Tribunale doganale cessò dalle sue funzioni il primo agosto 1806 in virtù dell'art. 44 della legge bonapartista del 21 maggio; il due agosto fu abolita la feudalità e il primo settembre fu ordinata la divisione di tutte le terre demaniali, baronali, ecclesiastiche e comunali per darle in proprietà agli attuali beneficiari che dovevano corrispondere un annuo canone in danaro79.
E mentre il contenzioso ancora pendente presso la Dogana passava alla competenza dei magistrati ordinari, fu istituita la Giunta del Tavoliere nelle persone del presidente barone Antonio Nolli, di Dumas de Saint Fulcronde e di Vincenzo Sanseverino, col fine di provvedere alla censuazione del Tavoliere.
Ai Consigli di Intendenza fu affidato il compito di sovrintendere alle complesse procedure della divisione e assegnazione delle terre, con preferenza ai comuni che, a loro volta, attribuivano direttamente le quote ai cittadini 80.
Pareva che il Tavoliere di Puglia, per la nuova legislazione muovatrice, dovesse ripopolarsi di case, di genti e di bestie dedite all'agricoltura, e che altre infrastrutture, da realizzarsi con novelle tecniche, dovessero contribuire a ridare un altro volto alla siccitosa piaga malarica. Nel 1808 fu abolita anche la statonica.
Quella rendita, ridotta ormai alla media di 400 mila ducati annui, che il Re percepiva dalla Dogana, secondo l'economista foggiano Galiani poteva quintuplicarsi; mentre le centomila unità che popolavano la Capitanata potevano addirittura triplicarsi.
Le rosee speranze erano tante!
Al ritorno dei borboni, il Re Ferdinando I volle ristabilire le direttive governative nella conduzione economica e, mentre ridusse a quattro soltanto le locazioni, si riservò di confermare gli atti stipulati tra il 1806 e il 1815. Impose, quindi, altri istrumenti con maggiori pesi a carico dei censuari, sulla base di nuove misurazioni, revocò possessi e aumentò alcuni canoni fino al 20 per cento per i terreni dissodati.
Il quasi completo fallimento della riforma strutturale, indipendentemente dalle obiettive difficoltà ,trovò fertile terreno anche negli immancabili eterni favoritismi degli amministratori, cui si affiancarono spesso alcuni pratici compassatori popolani e privati beneficiari nel sollecitare i favori e nel tracciamento dei confini. Sicché ebbe ragione Romualdo Trìfone, quando scrisse che " dopo quindici anni di lavoro indefesso, troviamo baroni grossi latìfondisti e possessori di capitali, Comuni oberati da pesi in favore dello Stato e degli antichi signori, citta-dini liberi, di fronte ad una immensità di terre, su cui non possono por mano perchè privi di mezzi " .81
Ormai vecchio, ma indomito, il gran Palazzo era rassegnato alla volontà dei riformatori. Fu ribattezzato Palazzo del Tavoliere, e più tardi dell'Intendenza, e non batté ciglio perché consapevole dei tanti servigi resi onestamente alla plurisecolare Dogana che si congedò lasciando nei vari piani, e finanche nei più reconditi passetti, tracce incancellabili del bene e del male operati in oltre settant'anni.
Fu prima l'Amministrazione del Tavoliere ad insediarsi nell'edificio e nello stesso 1806 essa si adoperò per formare il suo nuovo archivio che, poi, passò sotto la giurisdizione del Ministero delle Finanze.
Certo, furono necessari adattamenti, variazioni e restauri diversi per dare idoneo ricetto alla detta Amministrazione e alla sopravvenuta Intendenza; ma i responsabili della cosa pubblica parevano mai soddisfatti e furono subito in contrasto, perpetuando i danni all'immobile e fornendo un'ulteriore dimostrazione che ogni buona riforma può essere economicamente e socialmente valida solo se attuata da uomini capaci, di buona e onesta volontà.
L'Amministrazione del Tavoliere occupò la parte migliore del Palazzo e il 4 settembre 1813, in via del tutto riservata, l'Intendente indirizzò una lettera al ministro delle finanze, conte De Mosbourg, onde ottenere maggiore spazio per i suoi uffici e per la sua abitazione. Egli riferì che Andrea Filomarino, duca della Torre, assurto alla carica di amministratore del Tavoliere, spesso doveva cedergli una stanza per le riunioni, e aggiunse che, mancandovi il predetto ed essendoci soltanto il direttore Pipino, bisognoso di minore spazio, gli si poteva "cedere tutto il piano inferiore, lasciando alla direzione del Tavoliere quelle stanze che occupa per le sue officine nello stato che attualmnte si trovano" 82.
E' tutta una lunga corrispondenza chiarificatrice di una situazione di particolare disagio per alcuni uffici e abitazioni. Ancora l'Intendente, il 23 settembre, rese noto al ministro che " manca il necessario locale, tanto per il Consiglio d'Intendenza, quanto per quello di reclutazione, beneficienza, ed altre Commissioni che si tengono giornalmente; non vi è una stanza comunale e decente per il Consiglio Generale della Provincia, ed in ultimo io sono obbligato di tenere il mio letto sopra il carcere. Allorchè il signor duca della Torre era qui, io ero sovente nell'occasione di prevalermi di quella parte del piano inferiore che è inutile al Tavoliere, ed era stato riserbato per uso di persone del Re quando occorresse; ora che vi è il direttore del Tavoliere, il quale è benissimo, e decentemente alloggiato nel quarto superiore che occupava il duca della Torre, prego V.E. di farmi cedere le stanze del quarto inferiore che sono per lui inutili, lasciandole libero l'uso delle sue officine nello stato in cui si trovano83.
Il marchese di Rignano, Intendente di Capitanata, pur se soddisfatto nelle sue richieste, non cessò la sua azione quotidiana tendente alla massima occupazione possibile del Palazzo, sicchè il 5 novembre 1814 potè ancora una volta ringraziare il Filomarino per essersi interessato "acchè le tre camere dell'ex archivio doganale e quella grande a burò d'Intendenza gli fossero date in uso stante il positivo bisogno, che me ne fa avere la mia lunga famiglia" 84.
Nel novembre e dicembre di quell'anno, un'intensa corrispondenza tra il ministro delle finanze, il direttore generale dell'amministrazione della Registratura e dei Demani, l'Intendente di Capitanata e il direttore del Tavoliere mise sempre più in evidenza gli acuti contrasti tra gli ultimi due. E' dell'li febbraio 1815 la comunicazione all'Intendente, da parte del ministro, circa la decisione reale di "addirsi ai vostri usi le quattro camere superiori alla vostra abitazione in codesto Palazzo Doganale nelle quali eran prima custodite le carte dell'antica Regia Udienza"85.
Il 9 marzo 1816 il dirigente della Ricevitoria generale Biase Pascale, rivolgendosi a sua volta al ministro delle finanze per ottenere camere per la sua famiglia e per gli uffici, riferì "che sarebbero state opportune (per gli uffici soltanto) quelle poche stanze una volta addette all'antico Archivio della Dogana, le quali son da molto tempo vote"86.
Dunque, quel che rimaneva dei tanti vecchi e nuovi documenti giace-va in qualche parte del Palazzo, e a ben ragione, il 29 maggio 1816, il direttore generale dell'Amministrazione dei Registri e dei Demani, scrisse all'Intendente nei seguenti termini: "... Nella mia dimora costà non mancai prendere conoscenza dì codesto Archivio Doganale, e vidi con mio rincrescimento che malgrado gli ordini precedentemente dati da S.E. il ministro delle finanze, circa il riordinamento del detto Archivio a spese di codesta Intendenza, pure le carte erano tuttavia nella massima confusione, e buttate a terra, soggette ad essere logorate da' topi, ed a perdersi "....87
La triste odissea dell'archivio continuava!
Dall'attenta disamina dei documenti dell'epoca emerge chiaramente la mutevole destinazione dei vari ambienti del Palazzo del Tavoliere, quasi sempre affidata all'influenza dei potenti che spesso richiesero per se stessi, o per i loro diretti collaboratori, alcune sezioni onde favorire il proprio soggiorno in città 88.
Il tutto, in ogni caso, avveniva senza ledere ulteriormente le vecchie strutture fondamentali dell'edificio, che rimasero così come le tramandò l'estinta Dogana, e la stessa notevole consistenza plano-volumetrica.
E', altresì, evidente che l'Amministrazione del Tavoliere occupò gran parte del primo piano lasciando all'abitazione dell'Intendente e a qualche suo ufficio una sezione al disopra delle carceri, ossia laddove sin dal 1735 si trovava l'archivio. Al secondo piano erano l'alloggio del Direttore del Tavoliere e gli uffici dell'Intendenza, comunque tanto insufficienti da indurre lo stesso Intendente a richiedere, all'occorrenza, vari ambienti del Tavoliere al primo piano, sul lato settentrionale.

Una condizione di promiscuità, dunque, che non poteva giovare alla migliore funzionalità delle varie amministrazioni.

Nel 1816 i valori, in termini di consistenza, si ribaltarono in favore dell'Intendenza. Secondo una lettera dallo stesso Intendente inviata il 23 novembre al ministro dell'interno 89, risulta che al primo piano, oltre agli uffici sul corpo posteriore, vi erano due quartini di 6 e 16 stanze: il primo verso mezzogiorno occupato dall'Intendente, dalla moglie e da un figlio, il secondo dall'altra parte a disposizione degli altri figli e del segretario particolare. Tra i due appartamenti era una gran sala, così come v'era a dividere i due appartamenti del Presidente Governatore.

Al secondo piano vi erano quattro stanze per le quattro divisioni dell'Intendenza, l'archivio, la segreteria, il consiglio d'Intendenza, il gabinetto dell'Intendente, quattro camere per alloggio ed altre otto per l'abitazione del segretario generale. I rimanenti ambienti erano riservati all'amministrazione del Tavoliere.

Quando, nel 1817, fu pubblicato il nuovo sistema o legge del Tavoliere, la Corte di Napoli si premurò tramite il solito Segretario di Stato, di comunicare la nuova ripartizione del Palazzo utilizzando planimetrie redatte dall'architetto Ferrara 90. E sulla scorta di detti atti tecnici risulta quanto segue:

Al primo piano: dal n. 1 al n. 7 cassa e uffici del Tavoliere;
dal n. 8 al n. 17 al maestro dei conti don Gennaro Negri, che disponeva anche di dipendenze a piano terra;
dal n. 18 al n. 34 all'Intendente Principe Pignatelli di Monteroduni. Il salone grande a primo piano fu destinato al Consiglio dell'Intendenza.

Al secondo piano: dal ti. 1 al n. 9 (già occupate dal direttore del Tavoliere) a don Andrea Filomarino
dal n. 10 al n. 17 al direttore del Tavoliere
dal n. 19 al ti. 40 al Segretario generale e agli uffici da lui dipendenti.
Il sindaco di Foggia, marchese Celentano, procurò un appartamento di dieci vani al direttore del Demanio, che andò ad alloggiare nel palazzo dei fratelli Barone, sito in pubblica piazza al centro dell'abitato, contiguo a quello del Ricevitore generale.

Le ripartizioni dei vari piani dell'edificio si susseguirono di frequente negli anni seguenti 91; ma assume una certa importanza solo la seguente, comunicata con relative piantine, il 24 luglio 1827, dall'Intendente Nicola Santangelo al ministro degli interni marchese Amati: 92 Primo piano: dal n. 1 al n. 7 Burò del Tavoliere con officina del registroe bollo;

dal n. 8 al n. 27 abitazione del Ricevitore, officina e Cassa del Tavoliere
dal n. 28 al n. 34 appartamento dell'Intendente
dal n. 35 al n. 40 archivio provinciale
n. 41 Consiglio dell'Intendenza.

Secondo piano: dal n. 1 a.l n. 9 abitazione del vice presidente della 2° camera Andrea Filomarino
dal n. 10 al n. 17 abitazione del direttore del Tavoliere n. 18 suppegno
dal n. 19 al n. 39 e 41 abitazione del Segretario generale, officine dell'Intendenza e gabinetto dell'Intendente.
n. 40 Loggia scoverta.

Il Santangelo aggiunse che la stanza 41 al primo piano, destinata a Consiglio delI'Intendenza, era la Stanza della Ruota al tempo del Tribunale della Dogana, e precisò, di seguito, che "a fianco della medesima furono da me fatte costruire due stanzini utilizzando parte del contiguo cortile scoperto, per dare alla sala predetta un'aria di decenza nelle pubbliche udienze ". (v. tav. XXXV)

Modesta, in sostanza, l'integrazione volumetrica del complesso che rimaneva integro sostanzialmente, pur se in alcune sue parti si crearono tramezzature e si aprirono o chiusero porte per la migliore corrispondenza alle variate esigenze.

Intanto, nel 1821, venne completato il lungo lavoro di riordino dell'archivio, con la solita, amara constatazione degli ingenti danni patiti dai preziosi documenti. Anche per disposizione reale, nel 1815, molti documenti relativi a processi criminali, vecchi oltre 30 anni, furono bruciati, mentre quelli relativi ai processi civili furono smistati ai vari tribunali del Regno93. Quelli rimasti furono riordinati da Giuseppe Benvenuto, che terminò il suo lavoro nel detto anno 1821.

                                                          *             *            *

Dopo l'unità d'Italia, tra il '62 e il '64, il Palazzo del Tavoliere non poté evitare ulteriori rimaneggiamenti, compensati da restauri e dall'aggiunta di un nuovo peristilio nel cortile maggiore, verso l'ingresso principale dal lato di quella che era oramai chiamata piazza Prefettura.
Si disimpegnarono, in tal modo, i vari ambienti del primo e del secondo piano un tempo facenti parte degli appartamenti del Presidente Governatore e, rispettivamente, dell'Avvocato fiscale, senza pregiudicare la statica di vari elementi strutturali. Ma se la fisionomia estetico-strutturale restò inconfondibile, molto ebbero a soffrire gli spazi liberi interni, perchè sia il cortile maggiore che il giardinetto dovettero cedere ai nuovi porticati e ai nuovi ambienti spazio prezioso alla prospettiva interna.
Sotto varie pressioni locali, che trovarono eco anche nel parlamento nazionale, agonizzava, intanto, l'Amministrazione del Tavoliere. Il suo carattere giuridico-economico, che si riversava sulla popolazione con spietata avidità fiscale, non poteva essere tollerato. Ebbe a scrivere Pietro De Luca, presidente della Camera di Commercio e Arti di Foggia che: "Finchè rimarrà in vigore il Tavoliere di Puglia con le sue leggi, fati cherete invano. Noi non abbiamo proprietà, i nostri prodotti, frutti di stentati sudori, restano sotto la pressione del Fisco, che vanta su di essi diritto di condominio: il giorno, in cui un censuario pensasse cari giar natura ancor brutta del suo suolo, sarebbe per lui di totale rovina; in quel giorno suonerebbe al suo orecchio quella tremenda parola: devoluzione; noi stessi riguardandoci dal lato della proprietà fondiale, anzichè dirci uomini liberi, siamo ancora vassalli, non potendo altrimenti definirsi quella nostra legge di eccezione che un avanzo di aborrito feudalismo....
Come poteva dunque questo suolo aprire il suo seno a tutte le produzioni, delle quali è suscettivo, non squarciato mai dal ferro dell'industre agricoltore? Come poteva questo agricoltore versare capitali e sudori del suo precario dominio, se una legge gli minacciava una repentina e spesso sommaria spoliazione? Come poteva il suolo adagiarsi a più equa ripartizione, se il vendere, acquistare, permutare, succensire, veniva vietato, o raramente permesso, sotto onerosissime condizioni?"94
E finalmente, con legge del 26 febbraio 1865, l'Amministrazione del Tavoliere, che voleva essere una riforma tendente alla migliore utilizzazione agricola del suolo, in contrapposizione alla feudale Dogana delle pecore, vide por fine ai suoi giorni dopo quarantadue anni di tristi illusioni.
In quello che era, oramai, il Palazzo dell'Intendenza, rimase allogata per alcuni anni, al secondo piano tra l'asse del più vecchio corpo di fabbrica e l'ex giardinetto, la Ricevitoria del Tavoliere, alle dipendenze dell'Intendenza di Finanza.

La stessa denominazione dell'edificio denunzia la sua parzialmente nuova destinazione, frequentemente variata negli ultimi lustri.

L'atto 408 rogato dal notaio foggiano Andrea Modula il 13 dicembre 1876, mediante il quale l'Amministrazione Provinciale di Capitanata aquistò per lire 128.000 dal Demanio il pianterreno e il primo piano, fatto un fugace cenno alle " poche località sotterranee di nessun uso", così descrisse la situazione illustrata nelle tre tavole che seguono:95

Il pianterreno ha due androni, l'uno su piazza Prefettura e l'altro su via Portareale, che menano al cortile con al centro il pozzo di acqua sorgiva potabile, munito di pompa. La prima scala a sinistra, già del primo Uditore, porta esclusivamente agli Uffici dell'Intendenza di Finanza che trovasi al secondo piano verso mezzogiorno. (v. tav. XXXVI)

V'è, quindi, lo scalone principale che arriva soltanto al primo piano, a differenza della scala che fu del Fiscale, la quale serve entrambi i piani sul corpo opposto. Posteriormente è un cortiletto, in parte coperto, per dare luce e aria agli ambienti che lo circondano: rappresenta il misero residuo del più grande giardinetto.

Sul fronte principale sono allogati gli Uffici delle Regie Poste e quelli della Pubblica Sicurezza, questi ultimi estesi sino al secondo androne; la cucina della Provincia, il Corpo di guardia e la Tesoreria provinciale occupano la parte centrale del corpo a mezzogiorno, e ad essi seguono i notevoli magazzini del sale sulla vasta superficie all'angolo tra i due vicoli.
A settentrione, nel centro, è l'Ufficio Tecnico della Provincia; poi sono i magazzini dell'Intendenza, una scuderia, un deposito di carte bollate e, infine, i grandi ambienti destinati all'archivio provinciale che, a mezzo di scala riservata, comunicano con gli altri ampi locali al primo piano.
Questo piano nobile è in gran parte destinato all'Amministrazione Provinciale, che ha la sala del Consiglio sulla piazza e conserva il vecchio gran salone del Tribunale come "sala della Cappella ". Al Prefetto e ai suoi "uffici del Gabinetto", serviti dalla vecchia scala del Fiscale, è riservato gran parte del settore settentrionale, sino all'asse del corpo principale. (v. tav. XXXVII)
La sala della Cappella sembra destinata al solo transito dei funzionari e del pubblico, quale indispensabile collegamento tra gli uffici dell'Amministrazione Provinciale e l'archivio; e forse da quei tempi il gran salone del Tribunale, con tanta tristezza, si rassegnò ad essere il "salone dei passi perduti", come ancora oggi è detto dai cittadini!
Due scale, quella che fu del secondo Uditore e l'altra segreta del Fiscale, ancora attestate saldamente alle due estremità del salone, quasi a testimonianza della secolare Istituzione doganale, collegano i soli piani superiori e alimentano il "traffico dei passi perduti".
Agli uffici dell'Intendenza allogati sulla metà meridionale dell'edificio, si accede dall'esterno, come già detto, esclusivamente per l'ex scala del primo Uditore. Da essi si scende verso il salone per poi risalire ai dipendenti uffici del Tavoliere sul lato opposto, ove trovansi, con propria scala., gli uffici della Prefettura che guardano sulla piazza e sulla via di Portareale. (v. tavv. XXXVIII e XXXIX)
Precisa ancora, l'atto del notaio Modula, che a causa di proprie inderogabili esigenze, l'Amministrazione Provinciale "toglieva in affitto i locali a pianterreno dell'Orfanotrofio Maria Cristina per trasferir vi i magazzini sali e tabacchi", a mille lire l'anno e, quindi, utilizzare diversamente quegli ampi terranei. Inoltre, restarono in affitto allo Stato, per settecento lire annue, il deposito di carte bollate e i magazzini dell'Intendenza, tutti a piano terra.
Ancora: rilevato che restavano inutilizzate le due scale sulle testate dell'ex salone del Tribunale, si dispose la chiusura della porta che, al secondo piano, collegava l'ex scala del Fiscale con la Ricevitoria del Tavoliere; sicchè quella restò al servizio delle porzioni di piano destinate al Prefetto e alla Prefettura. Infine, fu stabilito che in alcuni locali posteriori del secondo piano venisse sistemato l'Ufficio telegrafico, con scala verso la terrazza da costruirsi a spese della Provincia.
Per la nuova sistemazione, le spese condominiali restarono per tre quarti a carico della Provincia e per il resto a carico dell'Intendenza 96. Un grande Archivio, curato dall'Amministrazione Provinciale, trovò sede, dunque, in due ampie zone di ponente collegate tra loro da una nuova scala tra il piano terra e quello superiore. Sembrò come un riscatto di quel tetro settore terraneo un tempo destinato a doloroso carcere, ora non più collegato alla superiore sinistra stanza della Corda per difficile scala a chiocciola.
La nuova scala interna portava alle restaurate vecchie camere d' Archivio intercomunicanti, forse viziosamente, con la pur vecchia stanza della Ruota e con le altre che, un tempo, furono al servizio del Tribunale della Dogana.
Il nuovo assetto dell'ormai denominato Palazzo dell'Intendenza sembrava ancora una volta definito. La sua semplice architettura, anche attraverso i restauri, era rimasta in sostanza quella di un tempo e ben mascherava i tanti travagli cui erano state assoggettate le strutture in. terne sin dalla loro prima costituzione.
Ma queste ebbero subito motivo di nuovo allarme quando l'Amministrazione Provinciale avanzò istanza al governo per l'acquisizione del secondo piano che avrebbe dovuto integrare quelli sottostanti, rivelatisi col tempo insufficienti per la notevole attività tecnico-amministrativa dell'Ente. Nuove varianti si sarebbero subito prospettate se l'organo centrale, per vari decenni, non avesse opposto un deciso diniego.
E in tal periodo le vecchie strutture poterono aver pace, anche se ben prima del primo conflitto mondiale si provvide al rifacimento in marmo dello scalone d'onore così come è giunto sino a noi 97.
Tuttavia, il tempo lento e inesorabile, ma soprattutto l'opera non sempre prudente dell'uomo, imposero particolari attenzioni da parte dei più responsabili e dei più coscienti, che dovettero seriamente esaminare il singolare quadro clinico che la statica dell'edificio presentava.

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Nel 1923, quando si pensò di sopraelevare il ((Palazzo ex Tavoliere "le varie verifiche tecniche eseguite sulle fondazioni sconsigliarono l'impresa; anzi, talune lesioni fecero temere per la stabilità dell'edificio nel-le condizioni in cui trovavasi. Nell'ala su corso Garibaldi, in cui era allogato l'alloggio del Prefetto, apparvero altre lesioni negli anni seguenti e le autorità dell'epoca, preoccupate, disposero lavori di sottomurazione che l'impresa Giannini Antonio eseguì perfettamente tra il 1928 e il 1930, specialmente tra gli androni di piazza XX settembre e di corso Garibaldi. Trattasi di opere in mattoni e malta cernentizia, oggi perfettamente conservate, che racchiudono in spesse fodere le vecchie fondazioni di ciottoli, crosta e malta aerea. (v. tavv. XL e XLI)
Tra l'Amministrazione Provinciale e l'Intendenza di Finanza, che rimaneva proprietaria del secondo piano, furono studiate opere di consolidamento e restauro che negli anni successivi interessarono ancora le fondazioni, in modo particolare, e i tetti a copertura dei corpi tra l'asse della facciata sul detto corso e quello sul vico Schiraldi 98.
Nel '34, con la costruzione del nuovo Palazzo del Governo di fron-te alla più antica facciata della Dogana, la Questura, la Prefettura e lo stesso Prefetto trovarono idonea sistemazione nel nuovo edificio, sorto nei pressi dell'antico convento del Salvatore, che qualche anno più tardi verrà demolito per far posto all'allora Palazzo del Podestà.
Nel 1939 anche l'Intendenza di Finanza si trasferì nel nuovo Palazzo degli Uffici Statali e, per un certo periodo, il secondo piano del vecchio Palazzo ex Dogana rimase vuoto.
Vi fu, dunque, circa un decennio di attività seriamente tesa alla migliore conservazione del pubblico edificio che festeggiò, in ripristinata veste architettonica, i suoi due secoli di vita. Ovviamente aumentato nella mole, quasi per naturale e capriccioso sviluppo di ogni sua più elementare struttura e di ogni suo ambiente, ma solido su quel terreno che non annoverava più nel suo perimetro le rigogliose piante fruttifere, care a Mons. Cavalieri, e il profondo pozzo sormontato da boccale coperto con padigliofletto in ferro, si imponeva ancora una volta maestosamente all'attenzione di tutti i cittadini e di tutti i forestieri. E l'ombra che proiettava sotto ogni sole era sempre la più imponente, malgrado nei suoi immediati pressi fossero sorti due nuovi grandi edifici pubblici, rappresentativi dell'autorità locale e dell'autorità centrale.
L'area urbana si era ormai allargata a macchia d'olio e il centro cittadino si era da lungo tempo spostato dalla vecchia via Arpi ai nuovi corsi e ai nuovi viali. In pieno centro il vetusto e povero borgo Scopari, molto prossimo al Palazzo Dogana, poneva seri problemi e provocava polemiche tra i tecnici che con amore e disinteresse tentavano dì risolverli, spesso in netto contrasto tra di loro, E fu in tal clima di roventi passioni che si ventilò l'idea di abbattere o spostare lo storico edificio, oramai tremante dalle fondamenta fino ai più alti comignoli e, forse, rassegnato a seguire una sorte ben più triste di quella che toccò al suo antenato nella luttuosa primavera del 1731 99.
Il    buon senso ebbe a prevalere, chè il piano Albertini rimase profondamente modificato in quella parte dello schema urbano, anche per intervento della Sovrintendenza, e inattuato in molti aitri settori per i gravi eventi che seguirono a breve termine. Il Palazzo ex Dogana, ora denominato anche sede dell'Amministrazione Provinciale, rimase al suo posto saldo sulle sue consolidate strutture, facendo riscontrare semplici trasferimenti dì uffici e irrilevanti trasformazioni interne100.
Ancora una volta si ebbe l'impressione netta e precisa che l'edificio avesse raggiunta la sua definitiva consistenza e la più stabile destinazione: quel che poteva destare preoccupazione non era la mutevole destinazione dei vari settori e dei vari ambienti, bensì l'irrazionale manomissione delle varie strutture essenziali onde adeguare il complesso ai capricciosi desideri di qualche autorità incompetente.
Da gran tempo erano scomparse la vetusta scala del primo Uditore, poi in uso all'Intendenza, e quella altrettanto vecchia per il segreto saliscendere del Fiscale; la stessa Cappella era solo un pallido ricordo, mentre il gran salone e l'adiacente sala dell'ex Ruota prestavano da alcuni anni le loro ampie superfici ai depositi dei libri della Biblioteca Provinciale.
Nel '40 sia l'Archivio di Stato che la Biblioteca Provinciale occupa-vano gran parte dei locali terrarìei. La seconda, in particolare, auspice il Preside Serrilli, si era arricchita di vaste raccolte e pubblicazioni, rilevando persino le librerie di Nicola Zingarelli, Romolo Caggese e Gabriele Canelli. (v. da tav. XLII a tav. XLV)
Sullo stesso piano era stato riservato all'Opera Nazionale Maternità e Infanzia quel settore ad angolo tra la Piazza e il corso, i pochi necessari locali verso la piazza erano stati conservati per il custode e qualche altro interno era stato destinato a servizi vari.
Rimasto sgombro il secondo piano dopo i trasferimenti in altre nuove sedi degli Uffici di Prefettura e Questura e di quelli dell'Intendenza di Finanza 101, sia l'Amministrazione Provinciale che la Federazione Provinciale dei Fasci di Combattimento si trovavano sistemati in piano nobile con lo scalone principale in comune. La prima, oltre agli uffici di presidenza e di gabinetto, aveva adiacenti gli uffici di ragioneria e gli uffici tecnici.
Ancora rimanevano, in detto piano, ma pochi potevano riconoscerli, i tre balconcini dell'ex salone del Tribunale della Dogana!
Tre scale soltanto servivano l'edificio, ma di esse solo due collegavano tutti i piani, rimanendo come in origine lo scalone principale al solo servizio tra il cortile e il primo piano.
   

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Quel che tra affanni e sudori si era realizzato e variamente conservato per due secoli, da tempo rientrava, con pieni ed evidenti meriti, tra i pochi superstisti edifici muti testimoni delle buone e cattive vicende storiche della citth di Foggia. Il comune cittadino, pur ignorando al pari di altri la storia del Palazzo della Provincia, l'ammirava con legittimo orgoglio sia quando sostava nella libera piazza XX settembre, sia quando percorreva frettolosamente i vari spazi pubblici ad esso circostanti.
Gli stessi funzionari e quei cittadini che lo frequentavano avvertivano, tra le sue spesse mura, soltanto un fascino particolare che rifletteva sovente il profondo desiderio di una maggiore conoscenza storica degli ambienti in cui trascorrevano molta parte della loro giornata. Tra tanti di essi, anziani e giovani, v'era come una continua trasmissione di ricordi, spesso offuscati o involontariamente deformati, di vicende strettamente legate alla vita di tante generazioni e all'amministrazione della città. Vicende che in parte, ancora oggi, restano purtroppo avvolte nella fitta nebbia del mistero.
Una grande Biblioteca e un grande Archivio di Stato, allora, parevano dar corpo all'antico progetto di Mons. Cavalieri d'istituire fuori di Porta Reale un luogo di studio, oltrechè di preghiera, per la migliore preparazione dei giovani e per gli studi più avanzati delle altre generazioni. E mentre la prima ereditava, arricchendola, l'iniziativa della Biblioteca comunale, istituita nel 1833 auspice il sindaco Siniscalco Ceci, il secondo curava di tramandare ai posteri quanto rimasto delle antiche documentazioni e di conservare per gli stessi la nuova produzione culturale.
Sembrava, alfine, la pace entro e fuori il complesso ex doganale, e invece arrivò l'immane secondo conflitto mondiale con le conseguenti carestie, paure e distruzioni. Il Palazzo della Provincia volle dare il suo contributo ai funzionari e ai cittadini tutti lasciando destinare a spaccio viveri uno dei vani sotto lo scalone principale e proteggendo quanti, terrorizzati, si rifugiavano sotto i suoi ampi tetti all'arrivo dei terribili incursori alati.
Dodici furono gli assalti alla città di Foggia tra il 28 maggio e il 6 settembre 1943, e durante l'ottavo, avvenuto il 19 agosto, due bombe scoppiarono fragorosamente sul vetusto "salone dei passi perduti" distruggendolo del tutto e rovinando per sempre le ricche raccolte di libri curate dalla Biblioteca provinciale. Per triste, beffarda ironia della sorte, alcuni terranei su vico Palazzo, accessibili dal cortile, erano stati destinati all'Unione Nazionale Protezione Antiaerea!
Il triste dramma della primavera del 1731 si rinnovava, nella paura e nel sangue innocente, durante l'estate del 1943; e se quello fu causato dalle naturali e imprevedibili forze endogene, questo era da attribuirsi alla folle politica del fascismo. I cittadini superstiti non si ritrovarono accampati sul tratturo di Gesù e Maria o nel luogo detto Le Croci, nè nelle campagne più prossime ove il pericolo era sempre incombente; ma corsero disperatamente verso i paesi della provincia e spesso varcarono i limiti di questa in cerca di pane e di pace in attesa del desiderato ritorno.
Le grandi deflagrazioni costituirono, in tanto lutto, un valido collaudo delle vecchie strutture che in gran parte resistettero; sì che, man mano che la vita riprendeva nella martoriata città, si poterono utilizzare molti ambienti dei vari piani.
Ci furono sedi di cooperative e di spacci a piano terra verso mezzogiorno; il Tribunale alleato e gli annessi uffici occuparono il primo piano per la parte già tenuta dalla federazione fascista, lasciando alla Amministrazione provinciale la rimanente utilizzabile; il secondo piano vide il ritorno degli uffici di prefettura e questura sul fronte setten-trionale, mentre nei due rimanenti settori di ponente e mezzogiorno si sistemarono, rispettivamente, il liceo scientifico e gli istituti per geometri, ragionieri e periti industriali. Poi, a queste scuole superiori subentrò la scuola media intitolata a Giuseppe De Santis.
In un modo sia pure precario ed eccezionale, l'ex Palazzo Dogana rispondeva ancora una volta all'appello dei cittadini, forse offrendo anche, involontariamente come il suo antenato, parte dei vecchi materiali ai pronipoti di quelle iene e di quegli sciacalli che ben oltre due secoli prima avevano sfruttato le piaghe dei buoni cittadini 102.
Per la prima volta nella sua storia, e per circa diciannove anni, si apriva a docenti e a centinaia di giovani studenti vogliosi d'apprendere, dopo la necessaria interruzione degli studi causata dagli eventi bellici. Era il 20 marzo 1944!
Esso seppe sopportare, stoicamente ancora una volta, le ferite infertegli dalla crudeltà dell'uomo e ben volentieri si sottopose alle indispensabili cure quando, nel 1948, furono riparati i danni e ricostruito il salone. Da qualche anno era stato sgombrato dagli alleati e, quindi, in tutta libertà si potè realizzare nel cortile, a fronte dell'ingresso principale, un terzo porticato onde creare nuove rimesse per 1'Amministra zione provinciale e disimpegnare lo stesso salone.
I restauri interni ed esterni gli ridettero l'antica fisionomia e l'antica dignità di pubblico edificio: orgogliosamente, come non molti altri purtroppo, potè offrirsi agli sguardi di tutti e alle nuove necessità che andavano maturando col tempo.
Un nuovo periodo di pace si apriva per l'ex Palazzo Dogana?